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Saturday, July 9, 2016

L'assassina dei mari (o delle piscine?)

Il suo nome latino significa "essere demoniaco che proviene dall'Inferno", e quello comune, che sia in italiano o inglese, è sempre accompagnato da "assassina". Definizioni evocative e potenti nei termini, ma adatte perlopiù ai blockbuster di Hollywood, che però, per fortuna, preferiscono banalizzare in questo modo gli squali: a nobilitare le orche ci pensò almeno il film Free Willy, del 1993.

Questo animale, in ogni caso, è molto più che il suo nome o la sua immagine cinematografica: dove le orche vivono, c'è chi le ritiene portatrici di vita, non di morte; c'è chi le venera e chi le studia, mettendo alla luce con fatica il loro mondo; e nei luoghi dove esse vengono poi "deportate", mostrano veramente il loro lato più imprevedibile e sanguinario.

Fonte: John Stenersen

Thursday, June 30, 2016

4 fatti fondamentali da sapere sul Kilt

Se dico Kilt dico Scozia, e viceversa: è indiscutibile che questo particolare capo di abbigliamento sia un simbolo, o il simbolo, della (quasi) nazione dell'Europa del Nord dove ogni autentica famiglia locale ne possiede almeno uno. Eppure, sapevate che lo sviluppo del Kilt moderno e la sua popolarità sono dovuti proprio ai sempre scomodi vicini degli Scozzesi, gli Inglesi? Ed è vero che al di sotto di un Kilt non si dovrebbe indossare nulla?

Entriamo nel mondo di questo pezzo di Scozia attraverso 4 punti:

1) Discende da un indumento molto più ingombrante: letteralmente, una coperta.
La Scozia è sempre stata una terra isolata ed estrema, tanto che i Romani non vollero disturbarsi a conquistarla, preferendo isolarla erigendo un muro (Donald Trump approves), e gli inglesi hanno sempre faticato nel comandarla.
All'interno della Scozia esiste poi una regione ancora più impervia, l'estremo nell'estremo: le Highlands, dove inizia la storia del Kilt. In origine questo era un esteso manto di lana che poteva in parte circondare la vita e in parte essere usato, ad esempio, come mantello o coperta. Risultava adatto al clima poco generoso per l'uomo delle "Terre Alte" e poteva essere di colore omogeneo o diversificato in trame note come "tartan scozzese".

Le Highlands (Fonte)


Nel 1720 poi, un imprenditore della contea inglese del Lancashire, Thomas Rowlinson, decise che fosse meglio cambiare l'abbigliamento dei boscaioli e minatori che la sua compagnia assumeva, con l'introduzione di un Kilt meno esteso, limitato a circondare la parte del corpo che va dalla vita alle ginocchia. L'invenzione, che alcuni storici ritengono tutt'oggi sia però anteriore all'arrivo di Rowlinson, ebbe grande successo: specialmente perchè il movimento del Romanticismo, che si stava sviluppando all'epoca, adottò il Kilt moderno di Rowlinson come simbolo della storia secolare delle affascinanti culture delle Highlands scozzesi, senza considerare che la sua introduzione fosse recente.

Se in un primo momento gli inglesi ne vietarono quindi l'utilizzo, fu poi proprio un altro inglese (e non uno qualunque) a rilanciarne il valore.

2) Il re inglese che si presentò in Kilt
Nel 1822, Re Giorgio IV, su consiglio del baronetto Sir Walter Scott, visitò la Scozia e dimostrò interesse per la cultura locale anche indossando egli stesso l'ormai famoso capo di abbigliamento. Un'idea simile l'avrebbe avuta in seguito anche la più famosa Regina Vittoria, vestendo con il Kilt i suoi stessi figli, in alcune occasioni. Sebbene il processo di pacificazione tra l'indomabile Scozia e l'Inghilterra avrebbe richiesto ancora molto tempo, l'approvazione della monarchia inglese fu, paradossalmente, la spinta decisiva all'adozione del Kilt come simbolo della cultura scozzese.
Così nel diciannovesimo secolo il suo utilizzo tornò in auge, specialmente nelle occasioni formali.

Vignetta inglese satirica sul dilemma del "Vero scozzese"
3) Il dilemma del "True Scotsman"
Un vero scozzese, secondo la connotazione ironica del termine, dovrebbe indossare il Kilt senza mutande o simili. Si tratta di una leggenda metropolitana o è davvero ciò che imporrebbe la tradizione?

Semplice: non esiste una risposta univoca.
I soldati scozzesi, gli unici che potevano indossare il Kilt nel '700 (il periodo in cui la monarchia lo vietò alla gente comune), erano soliti non portare niente al di sotto di esso, ma con il passare del tempo la norma perse di importanza, tanto che alcuni sergenti iniziarono a fare utilizzo di specchi per assicurarsi che i loro sottoposti si vestissero in modo consono.

True Scotsman? (Fonte)
Anche oggi le opinioni divergono: tra i famosi scozzesi, Andy Murray, il tennista, ammette di non essere un "True Scotsman", mentre chi ha seguito la Formula1 negli ultimi anni forse ricorderà un certo pilota di nome David Coulthard, scozzese che invece è favorevole alla tradizione del "niente sotto il Kilt". Come lui evidentemente anche un soldato scozzese che nel 1997 attirò l'attenzione della stampa quando partecipò a una cerimonia militare a Hong Kong, in una giornata di forte vento...

Per quanto mi riguarda, comunque, quando andrò in Scozia e troverò un uomo vestito in Kilt, non mi interesserà controllare. :)

4) Il Kilt ha rappresentato il punto di inversione nel tradizionale utilizzo della gonna.
In che senso? 
Un tempo la gonna, o degli abiti che ne ricordavano molto la forma, erano un abito anche maschile: pensiamo per esempio ai Romani, che non comprendevano i "calzoni" (=pantaloni) dei barbari del Nord, tra cui c'erano anche i Caledoni, antenati degli Scozzesi. Eppure oggi, proprio i discendenti di chi usò per primo i pantaloni sono fieri di sfoggiare il Kilt, mentre nel resto d'Europa un uomo che si veste con la gonna, nel migliore dei casi, viene guardato storto.

Sunday, April 24, 2016

La grande storia del surf tra sesso, magia e cultura Hawaiiana

                                              "Fuori dall'acqua io non sono nulla."
                                                         (Duke Kahanamoku)

Quella del surf è una storia che nasce con la congiunzione dell'uomo ai suoi istinti naturali, dal sesso ad un'unione quasi Divina con l'oceano: una capacità di collegarci alla semplicità del nostro essere che nel tempo è stata tradotta in una storia di libertà e divieti, nella vita di una cultura, quella Hawaiiana, dimenticata e solo in parte riscoperta, ma che oggi ci ha lasciato in eredità uno degli sport più popolari del mondo.

Origine e significato del surf
L'arte (perché di arte si tratta) di cavalcare le onde si è probabilmente sviluppata in Polinesia molti secoli fa, quando l'Europa nemmeno conosceva l'Oceano Pacifico, e viceversa. Di preciso, non è chiaro se la patria del surf siano le Isole Samoa, le Tonga o la Polinesia Francese, o forse perfino le isole Indonesiane. Di sicuro, gli indigeni che dalla Polinesia raggiunsero le Hawaii furono i fondatori del surf vero e proprio, quello che assunse un'aura di sacralità quasi fosse una religione e che tanto stupì -ed indignò- gli europei guidati da James Cook che approdarono alle Hawaii nel 1778.

Illustrazione degli indigeni di Hawaii (Fonte)

Thursday, March 31, 2016

I Bajau: viaggio nel mondo dei nomadi dell'oceano

Un elemento pericoloso e inospitale quanto affascinante, il mare è per alcuni un mondo da cui tenersi lontani, per altri una fonte di divertimento, di sostentamento o addirittura una casa: c'è chi ha deciso di mollare tutto per vivere in barca a vela. e chi da millenni solca le distese dell'oceano e che si è adattato al punto da veder meglio sott'acqua, dal sentire il "mal di terra" quando scende dalla propria barca e che può raggiungere i 5 minuti di apnea, tanto i suoi polmoni sopportano le immersioni.
Il mondo appena citato è quello dei Bajau, un popolo di nomadi del mare che chiama "casa" una delle aree di oceano più spettacolari del Pianeta Terra, il Triangolo dei Coralli.

Bambini in acqua vicino ad una casa Bajau (Fonte)







Da dove vennero i nomadi del mare
Non sono chiare le origini di questo popolo Austronesiano, oggi diffuso in maggioranza lungo le coste di Malesia (Regione di Sabah), Sultanato del Brunei, Indonesia (Isole del Borneo e di Sulawesi), Filippine (Isole Palawan e Mindanao).

Alcuni Bajau, a tal proposito, raccontano di essere stati un tempo sudditi di un ricco re che incaricò loro di salpare verso l'oceano per cercare sua figlia, rapita da alcuni pirati. Non riuscendo nella missione di ritrovare la principessa, essi rimasero a vivere, per vergogna, in mare.

Sunday, March 13, 2016

I narvali, gli "unicorni" dei mari del Nord

Passa la sua vita nelle acque di un gelido mare che circonda isole impervie e quasi disabitate, emerge solo per pochi secondi prima di scomparire di nuovo e possiede un lungo dente, spesso noto anche come corno o zanna, di cui non è nota l'origine nè, fino in fondo, l'utilità: non c'è da stupirsi che il narvalo sia un animale misterioso e su cui è facile trovare leggende, e fraintendimenti, molto interessanti.

Alcuni maschi emergono dall'acqua
Il dente del narvalo 
La caratteristica più evidente di questi cetacei dei mari del Nord è sicuramente il lungo dente (perchè, a dispetto della sua apparenza, è proprio un dente) che cresce nella maggioranza dei maschi e talvolta anche nelle femmine.
La sua funzione, che spesso si è creduta essere legata alla riproduzione (sia per competere fra maschi che per attirare femmine), è stata forse svelata con uno studio del 2014. Il dente, che non è impermeabile all'acqua, servirebbe al narvalo per percepire le differenze di temperatura, salinità e altri composti, comprese quelle utili alla nutrizione, nell'acqua. Un'adattamento insolito ma utile, specialmente se permette perfino di trovare femmine disponibili alla riproduzione "odorando" le sostanza emesse.

Una leggenda degli Inuit, i popoli che abitano la Groenlandia e i territori settentrionali di Canada e Alaska, fa risalire il lungo dente alla storia di una donna che annegò nel tentativo, vano, di catturare uno di questi animali, e la cui lunga treccia di capelli diventò la famosa appendice del narvalo. Talmente famosa che, nel romanzo di Jules Verne "Venti mila leghe sotto i mari", le navi attaccate dal sottomarino Nautilus credevano di avere a che fare con un enorme e aggressivo narvalo in guerra contro l'umanità, più o meno come il leggendario Moby Dick nell'omonima opera di Melville.

Thursday, February 11, 2016

Sepik: il fiume dove coccodrilli e uomini sono una cosa sola

Il fiume Sepik nel suo tratto finale (Fonte)
Il  fiume Sepik, che nasce dalle impervie montagne del cuore della Nuova Guinea e si distende verso le pianure del nord zigzagando nella foresta pluviale, è uno degli ultimi fiumi al mondo quasi completamente incontaminati dall'impatto umano.

Al suo valore ambientale, il bacino di questo corso d'acqua, il secondo per lunghezza della Papua Nuova Guinea dopo il Fly, unisce un grande valore culturale, conservato dagli indigeni che abitano sulle sponde del fiume in piccoli villaggi soffocati dalla vegetazione, quasi ognuno con una sua lingua distinta e sue peculiarità.

Il bacino del Sepik
Per chi vive qui, una delle presenze più costanti ed influenti non può che essere quella del coccodrillo: nella zona della foce abita il coccodrillo marino, lo stesso che infesta le coste del nord dell'Australia, mentre lungo il corso del fiume abita il più piccolo, ma neanche di tanto, coccodrillo della Nuova Guinea.
Al naturale timore di fronte ad un essere di tale forza e pericolosità, gli indigeni uniscono anche un'ammirazione ed un rispetto che rappresenta uno dei tratti culturali più interessanti, poichè esso si traduce non solo in culto, ma talvolta in emulazione, nell'arte e perfino nel fisico, del mitico rettile.

Thursday, February 4, 2016

Baobab: un albero dalle molte leggende che deve rimanere reale

Dite acero e mi verrà in mente il Canada; dite bonsai e vi dirò Giappone; se direte sequoia penserò alle Montagne Rocciose e se invece opterete per eucalipto vi risponderò Australia, dove questi alberi sono il cibo dei koala.
Se invece volete che vi parli del Madagascar, che è un'isola talmente unica da non essere paragonabile quasi in nulla ad altri luoghi che conosco, non dovrete che dire "baobab".

Tramonto spettacolare in Madagascar (Fonte)
Ricordo di aver scoperto questo simbolo del Madagascar, nato proprio qui e poi diffusosi nel resto dell'Africa, giocando alla playstation, quando nel videogioco "Madagascar", ispirato all'omonimo film, dovevo far correre e saltare i personaggi da un ramo all'altro dell'enorme albero, fuggendo dai temibili carnivori di quest'isola, i fossa, altro argomento che su Rive avrà sicuramente modo di essere approfondito.

Oggi vorrei parlare di alcune leggende che circolano sui baobab e di un luogo dove la magnificenza di questa pianta, anch'essa difficilmente accostabile ai suoi simili, come il Madagascar stesso, permane ancora nonostante la pressione ecologica fortissima che l'isola subisce da alcuni decenni a questa parte.

Friday, March 27, 2015

Polinesia: il mito delle isole del sesso e dell'amore

"I Tahitiani non hanno altro dio che l'Amore, ogni giorno è consacrato ad esso, l'isola intera è il suo tempio, le donne i suoi idoli e gli uomini i suoi adoratori."
                                            (Philibert Commerson)

Le tre isole più famose della Polinesia Francese, Tahiti, Bora Bora e Moorea, sono spesso chiamate dai tour operators "le isole dell'amore". Questo soprannome è vecchio di secoli e risale ai primi incontri tra gli europei e gli abitanti della Polinesia, nel 1700. Ma l'amore a cui si riferiscono le agenzie di viaggi di quest'epoca, quello di chi va a Tahiti per trascorrere la luna di miele, non è esattamente la versione che intendevano i marinai che arrivavano in queste isole.

La citazione che ha iniziato questo articolo appartiene a un naturalista francese che visitò Tahiti durante il suo giro del mondo tra il 1766 e il 1769, descrivendo i costumi dei Polinesiani, e notando, come gli indigeni fossero disinibiti rispetto ai canoni europei, come le donne si concedessero facilmente (ai mariti ma anche agli amici dei mariti) e come l'"amore libero", il sesso praticato in pubblico per puro piacere, fosse diffuso e accettato in quel paradiso tropicale privo di qualsiasi condizionamento della cultura europea.

Nativi Tahitiani, XVIII secolo
Lo stesso stupore lo avevano provato prima di lui, e l'avrebbero provato in seguito, le migliaia di altri europei, avventurieri, navigatori, balenieri, marinai e, chiaramente, anche missionari, che visitarono la Polinesia.
Dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri di oceano, affrontando intemperie, freddo, malattie e mancanza di donne, per i marinai trovare un luogo caldo dove sinuose donne dalla nuda pelle bruna salivano nelle loro navi concedendosi spontaneamente, doveva rappresentare il ritorno all'Eden primordiale.

Gli europei notarono anche un'altra particolarità della cultura polinesiana: la presenza di mahu, ovvero di maschi cresciuti come femmine dalle loro rispettive famiglie. Questo accadeva soprattutto per il primo figlio maschio di ogni famiglia che, cresciuto secondo i canoni della femminilità, avrebbe dovuto riunire in sè tutte le qualità maschili e femminili. La tradizione del mahu, diffusa (sebbene molto meno) anche ora, colpì all'epoca la gente del Vecchio Continente tanto quanto il sesso libero, e da lì il passo per far nascere il mito di Tahiti come l'isola dell'amore e del sesso era breve.

Tahitiani fotografati a fine '900 in una missione protestante











Oggi, però, questo mito non è più vivo, almeno nelle sue forme originali.
Il 5 marzo 1797, missionari inglesi sbarcarono a Tahiti e diedero inizio a un veloce processo di cristianizzazione protestante degli indigeni. Dopo la conversione del monarca, la gente abbandonò presto i propri culti pagani e abbracciò la nuova religione.
I missionari imposero di rinunciare al sesso libero, alla nudità, alle altre tradizioni nel campo del sesso e, in compenso, diedero in cambio nel corso dell'800 Sacre Bibbie e alcool.

Paul Theroux, scrittore americano che negli anni '90 visitò Tahiti, notò come, paradossalmente, nell'isola fosse più facile vedere nude le turiste francesi, provenienti da una nazione che un tempo si scandalizzava per la nudità, che le Tahitiane, per le quali 200 anni fa la nudità era la norma.

Tutto ciò che oggi rimane del mito delle isole del sesso e dell'amore sono i depliant dei tour operators per coppie in luna di miele e, purtroppo, la forma di turismo più perversa, ben diversa dal mito dell'amore dei marinai del 1700: il turismo sessuale.

Thursday, March 5, 2015

Canoe, coraggio e costellazioni: l'arte della navigazione nel Pacifico

Abbandonare la terraferma e affrontare il mare è uno dei gesti più frequenti che vengano compiuti ogni giorno sulla Terra. Centinaia di milioni di pescatori e navigatori lo fanno oggi, e altrettanti prima di loro l'hanno fatto dalla notte dei tempi: eppure, dietro un gesto così comune nelle società umane, si nascondono quel coraggio di affrontare l'ignoto e quello stesso spirito di esplorazione che hanno garantito al genere umano il suo progresso e le sue scoperte negli ultimi milioni di anni.

E di questo coraggio, i popoli del Pacifico sono tra i più grandi ambasciatori: dotati solo di conoscenze tramandate oralmente e canoe artigianali, gli antichi Melanesiani, Micronesiani e Polinesiani hanno raggiunto quasi tutte le 30 000 isole del Pacifico, superando tempeste e sterminati chilometri di mare, raggiungendo forse l'America del Sud e l'Antartide (una leggenda Maori racconta che un certo Ui Te Rangiora, attorno al 700 d.C., guidò una canoa da guerra a Sud fino a un luogo dove il mare era ghiacciato) e scrivendo uno dei capitoli più incredibili nella storia dell'umanità.

Canoa Hawaiiana originale. Disegno di Herb Kawainui Kane
L'arte dell'andar per mare
I veri navigatori erano persone di grande influenza nelle antiche società del Sud Pacifico. Si riteneva che essi potessero controllare il mare e il tempo metereologico, che potessero curare gli uomini e che fossero in diretto contatto con gli dei. Navigare non era solo svago o necessità, era un'arte.
E come tutte le arti, non era casuale: i navigatori conoscevano bene le onde, i colori del cielo, i movimenti dei banchi di nuvole e ancor di più le costellazioni, e per orientarsi sfruttavano anche le migrazioni degli uccelli. Si è ipotizzato ad esempio che tenessero con loro durante i viaggi le Fregate, che li avrebbero aiutati a individuare la terra, o che seguissero le migrazioni del Piviere dorato del Pacifico per raggiungere le Hawaii da Tahiti, o le migrazioni di un cuculo, l'Urodynamis Taitensis, per raggiungere la Nuova Zelanda dalle Isole Cook.

Canoa con bilanciere
Canoe ordinarie per viaggiatori straordinari
Le canoe, unico mezzo materiale delle esplorazioni, sono uno dei capisaldi della cultura dei popoli del Pacifico. O forse, ne sono addirittura l'origine: chi può dire se la Polinesia che conosciamo oggi sarebbe nata lo stesso, se i navigatori dell'Asia non si fossero avventurati nell'oceano con le loro canoe?

La tipica canoa dei popoli dell'Oceania, nota come Va'a in Tahitiano e Samoano, Wa'a in Hawaiiano e Vaka nella lingua delle Isole Cook (il termine waka da cui sono discesi questi è di origine malese) è dotata di un bilanciere, un componente esterno allo scafo della barca che è collegato ad essa per aumentarne la stabilità. Anche questo, come il termine con cui la canoa è indicata, ha origine negli arcipelaghi dell'Indonesia, dove i popoli Austronesiani, da cui sono discesi tra gli altri Malesi, Aborigeni e Polinesiani, furono i primi a farne uso.

Tartaruga scolpita sulla canoa di Anaweka
Sono poche le testimonianze circa la costruzione originale delle canoe. Recentemente in Nuova Zelanda è stata rinvenuta la canoa denominata Anaweka, che si stima avere 3400 anni: per il resto, le moderne imbarcazioni in Oceania sono basate sugli appunti e sui disegni dei primi europei che visitarono l'Oceania, ma che giunsero quando la vena di coraggio e di esplorazione dei navigatori delle isole era in via di esaurimento.

Oggi le conoscenze tradizionali sulla navigazione, nonostante l'influenza del mondo moderno e la perdita di molte tradizioni, sono ancora vive, specialmente negli atolli più isolati o nelle nazioni che intraprendono programmi per salvare il proprio patrimonio culturale.
Negli ultimi decenni, la sapienza di navigatori leggendari come il Micronesiano Mai Piailug ha contribuito a salvare molte delle tradizionali tecniche di viaggio, e nuove imbarcazioni basate sulle canoe originali, come la Hokule'a e la Alingano Maisu, che ha attraversato senza alcuna strumentazione il Pacifico nel 2007, hanno mantenuto viva l'arte della navigazione, emblema delle culture del Pacifico.

Tuesday, January 20, 2015

Nan Madol, l'Atlantide del Pacifico

La densa vegetazione tropicale e il mare blu nascondono da secoli la maggior parte dell'antica Nan Madol, l'Atlantide dell'Oceania (o Venezia del Pacifico), uno dei più sorprendenti esempi di perspicacia e coraggio degli esseri umani, oggi monumento dimenticato al passato dell'isola su cui è stata fondata: Pohnpei, una piccola e selvaggia landa degli Stati Federati di Micronesia.

Stupisce non poco come una città costruita da 92 isole artificiali sopra una barriera corallina, composta solo da enormi e pesantissimi blocchi basaltici trasportati a mano per chilometri attraverso la foresta tropicale e capace di resistere per secoli alle mareggiate, alle tempeste tropicali e alle guerre, sia ora lasciata a sè stessa e all'aura di mistero che alla vista di tutti, archeologi, abitanti locali e viaggiatori, ha sempre avuto.
Per contribuire a conoscere di più questo luogo, una delle 7 meraviglie dell'Oceania, questo blog si addentrerà per voi nelle deserte rovine del più grande sito archeologico del Pacifico...

Nan Madol Ruins 1
Dentro le rovine di Nan Madol
Breve storia di Nan Madol
L'umanità mise piede su Pohnpei, o Ponape, circa 2200 anni fa.
Come accade nelle isole così lontane dalla terraferma, gli indigeni svilupparono col tempo una religione, una lingua e tradizioni proprie, diverse da quelle dei luoghi da dove erano partiti, e l'ambiente difficile dell'isola favorì la divisione della gente in più villaggi in combutta tra loro, governati da anziani capi ma con una cultura di fondo simile.

Quando una dinastia, quella dei Saudeleur, prevalse definitivamente sul potere degli altri villaggi e iniziò a dettar legge su tutta Pohnpei, i capi di questa famiglia decisero che fosse giunto il momento di sigillare il loro dominio e di dimostrare la loro forza, per evitare di essere spodestati e rendere eterno il loro comando sull'isola.

Fu allora, stiamo parlando di un periodo compreso tra il 900 e il 1100, che iniziò la costruzione di Nan Madol, il cui nome significa "luogo di mezzo" (a metà strada tra Pohnpei e le piccole isole appena al largo della sua costa), una città concepita allo scopo di fornire una residenza per i nobili della dinastia, sufficientemente sicura e abbastanza imponente da scoraggiare chiunque nell'affrontarli.

Nan Madol Ruins 2
Vista di una delle antiche fortezze dal mare (FONTE)


La posizione, letteralmente sopra l'acqua, non fu casuale: permetteva ai Saudeleur di evitare attacchi da terra, e l'unico canale della barriera corallina che permetteva il passaggio di navi nemiche fu sbarrato con un muro, anche questo eretto a partire dal fondale marino.

Nello scopo e nello stile Nan Madol ricorda in parte Lelu, sito archeologico di un'altra isola della Micronesia, Kosrae. Anche Lelu fu costruita sull'acqua ma, come vedremo, sopravvisse molto di più (nonostante non si possa considerare grandiosa come Nan Madol).

Nan Madol, al picco del suo sviluppo demografico e urbanistico (1400), raggiungeva la popolazione di 1000 abitanti, in maggioranza nobili seguiti da gruppi di servi provenienti da tutta l'isola: i Saudeleur, in effetti, erano noti per la loro cattiveria e intransigenza, e il ricordo del loro lungo dominio vive ancora nella memoria degli abitanti di Pohnpei, convinti che le rovine di Nan Madol siano infestate dagli spiriti maligni.
A consolidare queste paure è anche la leggenda metropolitana secondo cui il governatore della Micronesia, quando Pohnpei era una colonia tedesca, sarebbe morto il giorno dopo aver profanato una delle più importanti tombe della città.

La grandezza di Nan Madol
Il fatto che solo 1000 abitanti vivessero in questa città durante il massimo splendore è un dato che può ridimensionare, almeno in una prospettiva moderna, l'importanza archeologica di Nan Madol.
Tuttavia, considerato che l'isola di Pohnpei non aveva più di 25 000 abitanti, costruire una città di 750 milioni di tonnellate di basalto sull'acqua, rappresenta uno sforzo maggiore di quello che gli egizi dovettero affrontare per costruire le Piramidi di Giza (così afferma Rufino Mauricio, archeologo nativo del luogo), e l'entità di questo sforzo è ancora più evidente se si osservano gli edifici che compongono Nan Madol.

Nan Madol Ruins 3

Il Nan Douwas, fortezza a scopo funerario dotata anche di una prigione, ha mura alte 10 metri e spesse 4, con massi di basalto pesanti fino a 50 tonnellate e trascinati a mano (non è riscontrata ai tempi dei Saudeleur la presenza di leve o strumenti in metallo) attraverso tutta l'ìsola.
In altri luoghi della città si possono trovare tunnel sotterranei, piscine rituali, altari e anche un grande tamburo per riunire la popolazione, o forse dare l'allarme. Un tempio di Nan Madol risulta poi la più grande struttura a scopo religioso di cui siano mai state trovate le rovine in Oceania: lungo 90 metri e largo 20, con mura alte nove e in parte sommerso.

Sarebbe bello poter credere che questa città sia stata costruita con l'ausilio della magia nera, come le tradizioni orali degli indigeni vorrebbero, e che i blocchi basaltici siano arrivati volando ai loro luoghi attuali. Forse, è ancora più bello pensare al miracolo che una piccola civiltà insulare, sprovvista di tecnologie, è riuscita a compiere.

Nan Madol Ruins 4
L'entrata del Nan Douwas


Il declino e la fine della "Venezia del Pacifico"
Dal 1500, almeno secondo i pochi archeologi che hanno studiato Nan Madol, la città subì un brusco declino, e all'arrivo degli europei nell'800 essa risultava deserta, abbandonata alla vegetazione e ai misteri che ancora oggi porta con sè.
Perchè una città che era costata tanta fatica e ingegno fu lasciata dai suoi abitanti?

Attorno al '500, è probabile che i Saudeleur furono sconfitti da un'altra dinastia, i Nahnmwarki, guidati dal capo Isokelekel, sepolto nell'isola artificiale di Karian, anch'essa parte del complesso di Nan Madol. Isokelekel fu però un'eccezione, probabilmente: la nuova dinastia non seppe mantenere potente la città, che in poco tempo perse la sua importanza. In realtà, la semplice mancanza di polso che seguì la caduta dei Saudeleur non è un motivo sufficiente per spiegare la caduta di Nan Madol: altre ipotesi, difficili da verificare, sono epidemie, cambiamenti climatici che hanno alzato il livello del mare rendendo inabitabile la città, o forse la fame, perchè Nan Madol doveva per forza importare dal resto di Pohnpei i generi alimentari.

Probabilmente, il mistero è destinato ad aleggiare per sempre tra gli scuri, silenziosi e imponenti complessi di questa Atlantide dell'Oceania. Ed è meglio così: forse, se sapessimo tutto su Nan Madol, sugli intrighi dinastici, sui presunti sacrifici umani, sul trasporto degli enormi massi e sulla costruzione degli edifici verrebbe meno il fascino che questo luogo, nonostante l'abbandono, le superstizioni e l'oceano che oggi nasconde buona parte di esso, ancora conserva.

Nan Madol Ruins 5
Tratti delle rovine sommerse (FONTE)

Sunday, January 11, 2015

I Moai, custodi dei misteri dell'Isola di Pasqua

A migliaia di chilometri dalla terraferma, nel Pacifico sud-orientale, un'isola spoglia e dalle coste aspre spunta dal blu scuro dell'oceano: è Rapa Nui, l'Isola di Pasqua, territorio appartenente al Cile ma ultimo avamposto delle culture Polinesiane nell'Oceania.

                                             L'isola di Pasqua
Rapa Nui è un luogo pieno di misteri per i biologi, gli antropologi e anche gli archeologi.
Ci si domanda spesso come sia stata possibile la pressochè totale deforestazione di questa isola, un tempo lussureggiante e poi, dopo l'arrivo dei primi uomini, e probabilmente anche a causa dei topi, ridotta a una landa spoglia e desolata. Ci si è domandati anche spesso chi fossero i primi abitanti, fino a quando le prove del DNA confermarono che si trattava di Polinesiani e non, come era stato ipotizzato da Thor Heyerdahl, di sudamericani. E soprattutto, gli archeologi continuano a domandarsi cosa significhino, e come siano stati eretti, i grandi Moai, il simbolo più famoso di Rapa Nui, una delle 7 meraviglie dell'Oceania elette da questo blog.

Ahu Tongariki
Ahu Tongariki, la più grande piattaforma in pietra dell'isola, con i suoi Moai
(FONTE: Andrew Landers)
                                           I guardiani di Rapa Nui
I Moai sono spesso citati come i "guardiani" dell'isola, custodi di tutti i misteri, forse destinati a non essere mai risolti del tutto, di questo mondo sperduto tra le correnti violente e imprevedibili del Pacifico.

El Gigante
Scolpite dal tufo, roccia del vulcano Rano Raraku, a partire dal 1200, alcune di queste statue possono arrivare a pesare 80 tonnellate per quasi 10 metri di altezza, anche se il Moai in assoluto più imponente mai scoperto non è ancora stato completato: soprannominato El Gigante, se completato questo colosso peserebbe 150 tonnellate per 21 metri d'altezza.
In totale, nell'isola di Pasqua, si stima ci siano 887 Moai, anche se molti di loro non sono più eretti da tempo, e altri sono dispersi qua e là negli ampi e silenziosi spazi di Rapa Nui, semisepolti. In effetti, tante statue, nella seconda metà dell'800, furono abbattute per ragioni ancora non chiare, quando ormai la loro funzione, per gli indigeni cristianizzati e con una cultura a rischio per la pressione europea, aveva perso importanza.
                    
                             Un primo mistero: quale fu la loro funzione?
Si pensa, ma di conferme non ce ne sono molte, che i Moai rappresentassero originariamente i volti di antichi capiclan, scolpiti dagli uomini di ogni villaggio per dimostrare la forza della propria comunità quando all'interno dell'isola iniziarono violente guerre, che contribuirono tra l'altro a devastare l'ambiente.
Ogni Moai, secondo questa teoria, sarebbe intristo del proprio mana, uno spirito nel quale credevano gli animisti dell'isola. Le statue, in altre parole, sarebbero un simbolo dei villaggi e della spiritualità del tempo in cui furono scolpiti.
Per quanto sia la più accreditata, tale teoria non spiega perchè i Moai abbiano tratti quasi africani e non Polinesiani (la gente del luogo, quando li scolpì, non sapeva nemmeno esistesse l'Africa), nè perchè effettivamente furono abbattuti.

Per gli appassionati della fantascienza e dei vari complottismi, i Moai rappresenterebbero invece una civiltà di alieni giganti che avrebbe fatto visita all'umanità migliaia di anni fa, e di cui ora, come unica testimonianza, restano proprio queste figure.

Moai nell'entroterra di Rapa Nui


                     Le statue che camminarono: il secondo mistero dei Moai
I Moai venivano trasportati dal vulcano fino alle Ahu, piattaforme di pietra a scopo cerimoniale, dove ne venivano eretti, fino a 250 in certi casi, con il volto rivolto verso le altre isole della Polinesia, vale a dire verso ovest.
I viaggi dei Moai, lunghi fino a 18 km, sono stati oggetto di studio per più di un secolo: come facevano gli indigeni di Rapa Nui a trasportare queste statue? Le tradizioni orali degli abitanti locali sono chiare: i Moai camminarono fino ai luoghi dove si trovano attualmente, animati dai loro spiriti (mana), e comandati da coloro che avevano il potere di controllare questi spiriti, indirizzando la camminata delle statue verso i luoghi indicati.

Prima teoria: Heyerdahl

Formulata negli anni '50 dall'avventuriero ed etnologo norvegese Thor Heyerdahl, questa teoria ipotizzava che i Moai fossero legati ad uno o due bastoni posti lungo la loro schiena, e che poi la gente, legando le corde al bastone, iniziasse a trainare le statue trascinandole fino alle piattaforme.
Questo tipo di trasporto, in apparenza abbastanza intuitivo, non spiega però la "camminata" dei Moai di cui parlano le leggende di Rapa Nui, e richiede peraltro, per le statue più grandi, fino a 1500 operai dediti al trasporto.

Seconda teoria: Mulloy

Un'idea diversa fu invece teorizzata nel dopo gli anni '60 da William Mulloy, antropologo americano, che immaginò delle impalcature di legno, a forma di V rovesciata verso il basso, per trasportare in modo meno faticoso le statue. Per spostare un Moai sono così necessarie solo 90-100 persone, anche se la complessità del metodo rende poco probabile la teoria.

Terza teoria: Pavel e Heyerdahl

Thor Heyerdahl si lega ai Moai per tutta la sua vita e negli anni '80, in collaborazione con l'archeologo ceco Pavel pensò ad una nuova possibilità: con due gruppi di operai, uno che mantiene l'equilibrio e uno che, da davanti, trascina un po' verso destra e un po' verso sinistra la statua, che otterrebbe così un movimento simile alla camminata, anche se ciò ne ne danneggierebbe le basi.

Quarta teoria: Love (e Van Tilburg)

E se i Moai fossero stati trasportati facendoli scorrere su file di tronchi? La teoria di Charles Love ipotizza che le statue fossero poste con un supporto in legno alla loro base e poi erette su file parallele di tronchi, prima di essere tirate. Jo Anne Van Tilburg pensò che le statue fossero invece distese lungo i tronchi e non erette.

Quinta teoria: ci siamo?
La teoria probabilmente più attendibile finora sviluppata è stata concepita nel 2011 da Terry Hunt e il trasporto di un Moai è stato in seguito simulato da un team di scienziati della National Geographic Society. Con tre gruppi di uomini, uno atto a mantenere l'equilibrio da dietro e due laterali alla statua, i Moai, ondeggiando a destra e a sinistra con un movimento simile alla camminata, proseguono in modo relativamente sicuro per gli operai e senza richiedere centinaia di lavoratori. Sarà questa la teoria che spiega definitivamente il cammino dei guardiani di Rapa Nui?

Possibile "cammino" di un Moai



Thursday, January 1, 2015

Pillole d'Oceania, episodio 5: Esistono i neri con i capelli biondi? Sì, in Oceania!

Ecco la quinta curiosità sul mondo dell'Oceania, primo articolo di questo blog nel 2015.
Esistono persone di colore con i capelli biondi, naturali e non tinti?

Pirla

L'Oceania è un continente poco conosciuto che però può rivelare une delle sue molte sorprese anche qui: nelle popolazioni della Melanesia, soprattutto le Isole Salomone e l'isola della Nuova Britannia, esistono infatti biondi di colore.
Distribuiti soprattutto nei villaggi costieri delle isole, si era pensato che il colore dei loro capelli fosse dovuto a millenni di vita vicino al mare (in particolare al sale marino) o all'influenza del forte sole dei tropici, alla dieta ricca di pesce degli isolani o all'incrocio con le popolazioni dei coloni europei e americani nei secoli scorsi. Tuttavia, un nuovo studio, condotto su quel 10 % di biondi delle Isole Salomone, rivela che i capelli chiari hanno la stessa origine dei biondi europei.

Solomonian People


I capelli biondi, anche qui in Oceania, sono dovuti ad una mutazione genetica. Qualche migliaio di anni fa, probabilmente nelle isole degli arcipelaghi della Papua Nuova Guinea, come la Nuova Britannia, si verificò una mutazione che portò alla comparsa di capelli biondi. Trattandosi di piccole popolazioni, il nuovo carattere si diffuse più facilmente, e poi, quando le popolazioni melanesiane migrarono verso altre isole, i biondi si diffusero anche altrove, come alle Salomone. La stessa cosa era accaduta separatamente, solo molti anni prima, nel Nord-Europa, dove oggi i capelli biondi, forse per selezione naturale, sono diventati il carattere dominante in Scandinavia e paesi vicini.

Wednesday, December 24, 2014

I tiki e le rovine maledette delle Isole Marchesi

Arcipelago isolato e culturalmente tra i più autentici dell'Oceania, poco popolato (meno di diecimila residenti), dominato dalla natura e da picchi vulcanici verde scuro che si gettano in un oceano blu intenso che specchia il sole dei Mari del Sud, le Isole Marchesi ospitano dei complessi di siti archeologici, poco conosciuti e studiati, che sono inclusi fra le 7 meraviglie dell'Oceania nominate da questo blog. Seguiteci mentre ci addentriamo nella foresta delle isole a scoprirli...

Smiling Tiki
Il "tiki sorridente"
I siti archeologici di Hiva Oa:
A Hiva Oa, l'isola più ricca di storia dell'arcipelago, situata a sud, visse ed è sepolto il famoso pittore francese Gauguin, anche se la storia di questo posto iniziò molto prima dell'arrivo degli uomini bianchi.
Ambasciatori della cultura di Hiva Oa sono soprattutto i tiki, figure scolpite nella pietra basaltica diffuse anche nelle Isole della Società, nelle Isole Cook e in Nuova Zelanda, che rappresenterebbero, nella tradizione delle Isole Marchesi, i volti dei primi uomini sulla terra o, secondo altre interpretazioni, dei e semi-dei che risiedono nell'aldilà e che hanno dato origine al genere umano.

Tuesday, December 2, 2014

Pillole d'Oceania, episodio 4: Cos'è la Kava?

Cos'è la Kava?
Oggi è finalmente arrivato il momento di dedicare un po' di righe ad una delle bevande più antiche, popolari e diffuse dell'Oceania.

Kava
L'aspetto della Kava
La Kava, nome di origine tongano, è chiamata a Samoa ava, awa alle Hawaii, sakau a Pohnpei, yaqona in alcune zone delle Fiji, più molte altre varianti, come il waild koniak, il "Cognac dei Selvaggi" con cui essa è chiamata a Madang, Papua Nuova Guinea: di base, stiamo sempre parlando di una bevanda ricavata dalle radici della pianta Pyper Methysticum, di colore marroncino chiaro, densa, aromatica con retrogusto amaro e con proprietà afrodisiache che vanno dal rilassamento a proprietà addirittura ipnotiche.

Sebbene sia consumata nella maggior parte delle isole dell'Oceania, essa è popolare in particolar modo a Vanuatu, dove si è originata nella sua forma attuale, e a Fiji, Pohnpei (Stati Federati di Micronesia), Tonga, Samoa, Hawaii e Polinesia Francese. Se si dovesse trovare una bevanda nazionale per i paesi del Pacifico del Sud, la Kava, che ne è il simbolo culturale, sarebbe sicuramente la prescelta.

La Kava può essere preparata masticando le radici della pianta, sputandole e trattandole su un mortaio di legno o di pietra corallina (questo era il metodo più diffuso, ovviamente bandito dai missionari), ma anche lavorando direttamente le radici sul mortaio, schiacciandole e frammentandole in pezzi via via più piccoli, e poi aggiungendo comunque l'acqua per diluire la bevanda.
Il primo metodo, ad esempio, è diffuso nell'isola di Tanna, a Vanuatu, come documentato da Paul Theroux, scrittore di viaggi che visitò l'isola e che riportò l'episodio degli indigeni e della preparazione della Kava nel suo libro "The Happy Isles of Oceania".


Kava preparazione
Cerimonia di preparazione del Kava, Polinesia
Le conseguenze dell'utilizzo intensivo di Kava non sono ancora stabilite con certezza: sebbene sia consigliato come rimedio per l'ansia viste le sue capacità sedative, la Kava è spesso considerata una vera e propria droga, tanto da essere vietata in diversi paesi (in Europa, ad esempio, la Polonia la considera illegale). Si ritiene che la bevanda più diffusa del Pacifico aumenti il rischio di insufficienza renale in chi dipende da essa, e soprattutto provochi, come d'altronde tutti gli alcolici, danni permanenti al fegato in caso di prolungato utilizzo.

Ciononostante, nel Pacifico la Kava mantiene un forte ruolo sociale: oltre al fatto che la sua preparazione richiede una cerimonia antica e curata nei minimi dettagli, la sua importanza è attestata dal suo utilizzo per dare il benvenuto agli ospiti, per essere servita alle feste locali, per favorire l'incontro fra due famiglie che devono rappacificarsi per qualche motivo ed ovviamente, come tutte le bevande inebrianti, anche la Kava è un buon motivo per stare in compagnia.

Sunday, November 2, 2014

Tour virtuale di Aitutaki, Isole Cook

Si dice in giro che Aitutaki, atollo appartenente alle Isole Cook, Polinesia centrale, possieda una delle lagune più spettacolari della Terra. Si dice anche che qui la cultura Polinesiana sia rimasta in maggioranza intatta dalle influenze esterne. Si dice anche che sia il posto perfetto per i viaggiatori che ricercano la vera purezza dei Mari del Sud, ma anche per le fortunate coppie in luna di miele che possono approdare sulle sue sponde. Si dice questo e molto altro, e allora è venuto il momento che anche Rive d'Oceania dedichi un articolo ad Aitutaki, nominato nel 2010 "Isola più bella del mondo" da Tony Wheeler, fondatore delle famose guide turistiche Lonely Planet.

Questo "tour" virtuale, come al solito, non pretende di riassumere e documentare tutto ciò che può essere detto su Aitutaki, soprattutto considerato che il suo autore, per il momento, non è mai stato sull'atollo. Unendo però documentazione sia italiana che inglese sull'isola, cercherà di presentare un ritratto il più possibile esauriente e soprattutto originale (nel senso che NON è stato copiato) e autentico, sicuramente sufficiente per chi vuole conoscere a grandi linee l'isola e per chi ci sta anche pensando come possibile meta futura.

Buona lettura...e buon viaggio virtuale.

Thursday, October 23, 2014

Bandiera delle Palau: storia e significato

                                Articolo principale sulle Palau

Bandiera di Palau
Bandiera di Palau


La bandiera delle Isole Palau, arcipelago micronesiano a ovest dell'Oceano Pacifico, fu adottata nel 1981, quando l'arcipelago si separò dall'amministrazione fiduciaria statunitense per diventare uno stato indipendente.

Il disegno è abbastanza semplice: il disco giallo, leggermente decentrato a destra, ricorda la luna piena che rappresenta, nella cultura locale, il periodo perfetto per le attività umane. Il giallo è anche simbolo di pace e tranquillità.
L'azzurro attorno, oltre a poter ricordare l'Oceano Pacifico, è anche simbolo del passaggio dal governo straniero all'indipendenza.

Bandiera delle Marianne settentrionali: storia e significato

                       Articolo principale sulle Marianne Settentrionali

Bandiera delle Marianne Settentrionali
Bandiera delle Marianne Settentrionali


La bandiera delle Isole Marianne Settentrionali, territorio statunitense, fu ufficializzata nel 1972.
Il disegno si compone di uno sfondo blu e di uno stemma centrale.
Questo sfondo è a sua volta l'unione di una stella (rappresentante l'appartenenza agli Stati Uniti), un latde (piccolo monolite di roccia vulcanica della tradizione Chamorro, usato anche come pilastro per le abitazioni) e una collana di fiori tipici locali intorno a questi due elementi (mwaar), simbolo di benvenuto.


Bandiera di Guam: storia e significato

                                  Articolo principale su Guam

In utilizzo dal 1917, la bandiera di Guam, territorio statunitense nell'arcipelago delle Isole Marianne, è costituita di un bordo rosso, uno sfondo blu ed uno stemma centrale, dove, insieme al nome dell'isola, si vede una barca solcare il mare e una palma da cocco lungo la spiaggia.

Bandiera di Guam
Bandiera di Guam


I colori rosso e blu ricordano quelli della bandiera americana, a simbolo del legame molto forte con gli States. 
La forma dello stemma ricorda le fionde utilizzate dalle popolazioni Chamorro dell'isola, mentre la barca è una tradizionale proa, canoa diffusa in tutta la Micronesia. Il promontorio rappresentanto sullo sfondo è quello di Punta Dos Amantes (o Two Lovers Point), nord-ovest dell'isola, il che è confermato dal fatto che, nella parte bassa dello stemma, si vede la foce del fiume Agana, che incontra il mare poco a sud del promontorio.

Tuesday, October 21, 2014

Bandiera degli Stati Federati di Micronesia: storia e significato

                     Articolo principale sugli Stati Federati di Micronesia

Bandiera degli Stati Federati di Micronesia


La bandiera degli Stati Federati di Micronesia si compone di un disegno semplice: uno sfondo celeste con al centro 4 stelle bianche in formazione a rombo.
Il celeste simboleggia, come per tutte le nazioni dell'Oceania, il Pacifico, ma anche il colore delle Nazioni Unite (legati alle isole perchè affidarono la Micronesia in amministrazione fiduciaria agli USA dopo la seconda guerra mondiale), mentre le 4 stelle si riferiscono ai 4 stati che compongono la nazione: Pohnpei, Chuuk, Pohnpei, Yap.

Bandiera delle Isole Marshall: storia e significato

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Ufficializzata nel 1979 e basata su un disegno di quella che sarebbe poi diventata la prima First Lady della nazione, la Bandiera delle Isole Marshall ha uno sfondo blu da due diagonali, una arancione e una bianca, che dall'angolo in basso a sinistra del disegno si allargano fino a raggiungere l'angolo in alto a destra. Nel riquadro sinistro che definiscono si trova una stella bianca a 24 punte.

Bandiera delle Isole Marshall
 Bandiera delle Isole Marshall


Il blu è un simbolo del rapporto dei Marshallesi con l'Oceano. Le diagonali, invece, rappresentano l'equatore: la diagonale bianca, in particolare, simboleggia la pace e l'arcipelago Ratak ("alba" in Marshallese), mentre quella arancione il coraggio e anche l'altro arcipelago della nazione, Ralik (=tramonto).

La stella a 24 punte è una rappresentazione dei 24 distretti amministrativi di cui si costituisce la Repubblica delle Isole Marshall. I 4 punti cardinali sono messi in evidenza, a rappresentare la croce Cristiana e anche i 4 atolli più importanti per la cultura locale: Majuro, Jaluit, Woja e Ebeye.