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Tuesday, April 19, 2016

Atlantide era proprio in Grecia?

Una delle prime civiltà avanzate dell'Europa, con centinaia di città dove sorgevano palazzi e labirinti e da cui si districava una rete di commerci diffusa a ragnatela in ogni angolo del Mediterraneo orientale...e un devastante evento storico proveniente dallo stesso mare a cui questo mondo doveva la vita.
La civiltà Minoica, in anni ancora da precisare, fu infatti travolta e quasi annientata dallo tsunami che seguì l'eruzione del vulcano Thera, l'attuale splendida isola di Santorini.

Gli elementi per una grande storia ci sono tutti, e forse lo pensò anche Platone quando scrisse per la prima volta di Atlantide, la mitica città-stato forse ispirata al mondo minoico, alla sua potenza e alla sua terribile fine.

Affresco degli elementi ricorrenti del mondo minoico: palazzi, navi e ovviamente il mare

Sunday, March 13, 2016

I narvali, gli "unicorni" dei mari del Nord

Passa la sua vita nelle acque di un gelido mare che circonda isole impervie e quasi disabitate, emerge solo per pochi secondi prima di scomparire di nuovo e possiede un lungo dente, spesso noto anche come corno o zanna, di cui non è nota l'origine nè, fino in fondo, l'utilità: non c'è da stupirsi che il narvalo sia un animale misterioso e su cui è facile trovare leggende, e fraintendimenti, molto interessanti.

Alcuni maschi emergono dall'acqua
Il dente del narvalo 
La caratteristica più evidente di questi cetacei dei mari del Nord è sicuramente il lungo dente (perchè, a dispetto della sua apparenza, è proprio un dente) che cresce nella maggioranza dei maschi e talvolta anche nelle femmine.
La sua funzione, che spesso si è creduta essere legata alla riproduzione (sia per competere fra maschi che per attirare femmine), è stata forse svelata con uno studio del 2014. Il dente, che non è impermeabile all'acqua, servirebbe al narvalo per percepire le differenze di temperatura, salinità e altri composti, comprese quelle utili alla nutrizione, nell'acqua. Un'adattamento insolito ma utile, specialmente se permette perfino di trovare femmine disponibili alla riproduzione "odorando" le sostanza emesse.

Una leggenda degli Inuit, i popoli che abitano la Groenlandia e i territori settentrionali di Canada e Alaska, fa risalire il lungo dente alla storia di una donna che annegò nel tentativo, vano, di catturare uno di questi animali, e la cui lunga treccia di capelli diventò la famosa appendice del narvalo. Talmente famosa che, nel romanzo di Jules Verne "Venti mila leghe sotto i mari", le navi attaccate dal sottomarino Nautilus credevano di avere a che fare con un enorme e aggressivo narvalo in guerra contro l'umanità, più o meno come il leggendario Moby Dick nell'omonima opera di Melville.

Thursday, February 11, 2016

Sepik: il fiume dove coccodrilli e uomini sono una cosa sola

Il fiume Sepik nel suo tratto finale (Fonte)
Il  fiume Sepik, che nasce dalle impervie montagne del cuore della Nuova Guinea e si distende verso le pianure del nord zigzagando nella foresta pluviale, è uno degli ultimi fiumi al mondo quasi completamente incontaminati dall'impatto umano.

Al suo valore ambientale, il bacino di questo corso d'acqua, il secondo per lunghezza della Papua Nuova Guinea dopo il Fly, unisce un grande valore culturale, conservato dagli indigeni che abitano sulle sponde del fiume in piccoli villaggi soffocati dalla vegetazione, quasi ognuno con una sua lingua distinta e sue peculiarità.

Il bacino del Sepik
Per chi vive qui, una delle presenze più costanti ed influenti non può che essere quella del coccodrillo: nella zona della foce abita il coccodrillo marino, lo stesso che infesta le coste del nord dell'Australia, mentre lungo il corso del fiume abita il più piccolo, ma neanche di tanto, coccodrillo della Nuova Guinea.
Al naturale timore di fronte ad un essere di tale forza e pericolosità, gli indigeni uniscono anche un'ammirazione ed un rispetto che rappresenta uno dei tratti culturali più interessanti, poichè esso si traduce non solo in culto, ma talvolta in emulazione, nell'arte e perfino nel fisico, del mitico rettile.

Thursday, February 4, 2016

Baobab: un albero dalle molte leggende che deve rimanere reale

Dite acero e mi verrà in mente il Canada; dite bonsai e vi dirò Giappone; se direte sequoia penserò alle Montagne Rocciose e se invece opterete per eucalipto vi risponderò Australia, dove questi alberi sono il cibo dei koala.
Se invece volete che vi parli del Madagascar, che è un'isola talmente unica da non essere paragonabile quasi in nulla ad altri luoghi che conosco, non dovrete che dire "baobab".

Tramonto spettacolare in Madagascar (Fonte)
Ricordo di aver scoperto questo simbolo del Madagascar, nato proprio qui e poi diffusosi nel resto dell'Africa, giocando alla playstation, quando nel videogioco "Madagascar", ispirato all'omonimo film, dovevo far correre e saltare i personaggi da un ramo all'altro dell'enorme albero, fuggendo dai temibili carnivori di quest'isola, i fossa, altro argomento che su Rive avrà sicuramente modo di essere approfondito.

Oggi vorrei parlare di alcune leggende che circolano sui baobab e di un luogo dove la magnificenza di questa pianta, anch'essa difficilmente accostabile ai suoi simili, come il Madagascar stesso, permane ancora nonostante la pressione ecologica fortissima che l'isola subisce da alcuni decenni a questa parte.

Wednesday, March 11, 2015

Roi Mata: la vita e la morte del più grande re delle Vanuatu

Il "Giulio Cesare" delle Isole Vanuatu, Roi Mata è stato uno dei capi e dei condottieri più celebrati e temuti dell'Oceania. Numerose leggende dell'arcipelago narrano della sua forza, della pace di cui la gente godeva sotto il suo comando e di vari aneddoti riguardo la sua vita, compreso quello sulla sua misteriosa fine.

L'entrata della grotta di Fels, Isola di Lelepa, dove morì Roi Mata 
Come spesso accade per le grandi figure della storia, spesso è difficile comprendere fino a che punto ciò che viene raccontato sia veritiero, specialmente quando la storia, come a Vanuatu, è stata tramandata oralmente per secoli.

                                         La scoperta


Del capo dei capi Roi Mata l'esistenza stessa non è stata confermata se non nel 1967, quando l'archeologo Josè Garanger guidò uno scavo nell'Isola di Artok, rinvenendo una cinquantina di scheletri e confermando le leggende che lo volevano sepolto lì con la sua famiglia.
La data della scoperta, 1967, distava circa sette secoli dall'anno in cui morì Roi Mata secondo le leggende locali: il tutto è curioso se si pensa che, dopo la sua morte, era stato proclamato dagli indigeni un taboo lungo proprio 700 anni, ovvero il divieto assoluto di toccare il suolo dell'Isola di Artok in rispetto alla fama del grande re.

Appena trascorsi i 700 anni, l'archeologia avrebbe riportato alla luce i resti di una delle figure più influenti della storia di Vanuatu, la cui storia ha portato l'UNESCO, nel 2008, a dichiare patrimoni dell'umanità la tomba di Roi Mata e la grotta di Fels, una cavità nel tufo vulcanico profonda 47 m dove egli morì.

Il presunto scheletro di Roi Mata
                                               La vita del re
Si dice che Roi Mata potesse controllare la quantità di pioggia sui campi e l'abbondanza di pesce lungo le coste. Questa è probabilmente una leggenda che la memoria orale degli abitanti di Vanuatu ci ha consegnato.

Si dice però anche che, dotato di grande carisma e magnetismo, Roi Mata fosse riuscito per primo a riunire le numerose e aggressive tribù cannibali delle Vanuatu di 800 anni fa, stabilendo una pace duratura, aumentando il potere delle donne, diminuendo il numero di duelli fra clan e unificando sotto il suo potere diverse isole. Questa, invece, è probabilmente una storia realmente accaduta. E come tutti i grandi e carismatici capi della storia, anche lui ha un posto di riguardo nella storia del suo paese.

Il rituale della pace, oggi rappresentato dagli indigeni per i turisti, fu in origine una festa creata da Roi Mata per cementificare l'unione tra i villaggi
                                                   La morte 
A sollevare molti interrogativi non è tuttavia solo la vita del grande re, ma anche e soprattutto la sua morte.
Le leggende dicono tutte che Roi Mata morì dopo aver mangiato. Sulla causa, però, non c'è accordo univoco: alcune dicono che egli morì dopo essere stato avvelenato dal fratello, geloso del suo potere, e altre che morì a seguito di un'indigestione.

Rappresentazione
di Roi Mata, grotta
di Fels
Qualunque fosse la causa, Roi Mata morì nella grotta di Fels, nell'Isola di Lelepa (appena al largo dell'isola maggiore Efatè) e poi da lì, secondo i racconti, fu portato ad Artok, il luogo dove fu sepolto, attraverso le caverne sotterranee di Tukutuku. L'esistenza di queste caverne è stata effettivamente verificata, ma non si è trovato il passaggio sottomarino che connetteva l'isola di Lelepa con l'isola di Artok.

Presso Artok il grande re fu sepolto assieme ad una cinquantina di altri individui, i quali si erano sacrificati, volenti o nolenti, per poterlo accompagnare nell'aldilà. Tra di essi c'era almeno una delle sue dieci mogli e vari individui anziani, ammalati, orfani, o presunte streghe: tutti "scomodi" alla società e quindi epurati volentieri, tramite avvelenamento, strangolamento o sepoltura da vivi.

Infine, fu dichiarato il tabù e l'inviolabilità dell'isola (fanua tapu): secondo gli indigeni, sulla tomba di Roi Mata non sarebbe ricresciuta la rigogliosa vegetazione che ricopriva il resto di Artok, e infatti, quando nel 1967 Garanger esplorò l'isola, scoprì il sito della sepoltura proprio al di sotto di una radura completamente spoglia nel mezzo della foresta tropicale.
La mancanza di presenza umana, anche di semplici navigatori indigeni che osassero approdare per dormire o rifugiarsi da una tempesta, ha reso Artok un paradiso per la sua flora e la sua fauna.
Un magnifico giardino naturalistico degno di ospitare la salma del più grande re di Vanuatu.

L'isola di Artok

Thursday, March 5, 2015

Canoe, coraggio e costellazioni: l'arte della navigazione nel Pacifico

Abbandonare la terraferma e affrontare il mare è uno dei gesti più frequenti che vengano compiuti ogni giorno sulla Terra. Centinaia di milioni di pescatori e navigatori lo fanno oggi, e altrettanti prima di loro l'hanno fatto dalla notte dei tempi: eppure, dietro un gesto così comune nelle società umane, si nascondono quel coraggio di affrontare l'ignoto e quello stesso spirito di esplorazione che hanno garantito al genere umano il suo progresso e le sue scoperte negli ultimi milioni di anni.

E di questo coraggio, i popoli del Pacifico sono tra i più grandi ambasciatori: dotati solo di conoscenze tramandate oralmente e canoe artigianali, gli antichi Melanesiani, Micronesiani e Polinesiani hanno raggiunto quasi tutte le 30 000 isole del Pacifico, superando tempeste e sterminati chilometri di mare, raggiungendo forse l'America del Sud e l'Antartide (una leggenda Maori racconta che un certo Ui Te Rangiora, attorno al 700 d.C., guidò una canoa da guerra a Sud fino a un luogo dove il mare era ghiacciato) e scrivendo uno dei capitoli più incredibili nella storia dell'umanità.

Canoa Hawaiiana originale. Disegno di Herb Kawainui Kane
L'arte dell'andar per mare
I veri navigatori erano persone di grande influenza nelle antiche società del Sud Pacifico. Si riteneva che essi potessero controllare il mare e il tempo metereologico, che potessero curare gli uomini e che fossero in diretto contatto con gli dei. Navigare non era solo svago o necessità, era un'arte.
E come tutte le arti, non era casuale: i navigatori conoscevano bene le onde, i colori del cielo, i movimenti dei banchi di nuvole e ancor di più le costellazioni, e per orientarsi sfruttavano anche le migrazioni degli uccelli. Si è ipotizzato ad esempio che tenessero con loro durante i viaggi le Fregate, che li avrebbero aiutati a individuare la terra, o che seguissero le migrazioni del Piviere dorato del Pacifico per raggiungere le Hawaii da Tahiti, o le migrazioni di un cuculo, l'Urodynamis Taitensis, per raggiungere la Nuova Zelanda dalle Isole Cook.

Canoa con bilanciere
Canoe ordinarie per viaggiatori straordinari
Le canoe, unico mezzo materiale delle esplorazioni, sono uno dei capisaldi della cultura dei popoli del Pacifico. O forse, ne sono addirittura l'origine: chi può dire se la Polinesia che conosciamo oggi sarebbe nata lo stesso, se i navigatori dell'Asia non si fossero avventurati nell'oceano con le loro canoe?

La tipica canoa dei popoli dell'Oceania, nota come Va'a in Tahitiano e Samoano, Wa'a in Hawaiiano e Vaka nella lingua delle Isole Cook (il termine waka da cui sono discesi questi è di origine malese) è dotata di un bilanciere, un componente esterno allo scafo della barca che è collegato ad essa per aumentarne la stabilità. Anche questo, come il termine con cui la canoa è indicata, ha origine negli arcipelaghi dell'Indonesia, dove i popoli Austronesiani, da cui sono discesi tra gli altri Malesi, Aborigeni e Polinesiani, furono i primi a farne uso.

Tartaruga scolpita sulla canoa di Anaweka
Sono poche le testimonianze circa la costruzione originale delle canoe. Recentemente in Nuova Zelanda è stata rinvenuta la canoa denominata Anaweka, che si stima avere 3400 anni: per il resto, le moderne imbarcazioni in Oceania sono basate sugli appunti e sui disegni dei primi europei che visitarono l'Oceania, ma che giunsero quando la vena di coraggio e di esplorazione dei navigatori delle isole era in via di esaurimento.

Oggi le conoscenze tradizionali sulla navigazione, nonostante l'influenza del mondo moderno e la perdita di molte tradizioni, sono ancora vive, specialmente negli atolli più isolati o nelle nazioni che intraprendono programmi per salvare il proprio patrimonio culturale.
Negli ultimi decenni, la sapienza di navigatori leggendari come il Micronesiano Mai Piailug ha contribuito a salvare molte delle tradizionali tecniche di viaggio, e nuove imbarcazioni basate sulle canoe originali, come la Hokule'a e la Alingano Maisu, che ha attraversato senza alcuna strumentazione il Pacifico nel 2007, hanno mantenuto viva l'arte della navigazione, emblema delle culture del Pacifico.

Tuesday, January 20, 2015

Nan Madol, l'Atlantide del Pacifico

La densa vegetazione tropicale e il mare blu nascondono da secoli la maggior parte dell'antica Nan Madol, l'Atlantide dell'Oceania (o Venezia del Pacifico), uno dei più sorprendenti esempi di perspicacia e coraggio degli esseri umani, oggi monumento dimenticato al passato dell'isola su cui è stata fondata: Pohnpei, una piccola e selvaggia landa degli Stati Federati di Micronesia.

Stupisce non poco come una città costruita da 92 isole artificiali sopra una barriera corallina, composta solo da enormi e pesantissimi blocchi basaltici trasportati a mano per chilometri attraverso la foresta tropicale e capace di resistere per secoli alle mareggiate, alle tempeste tropicali e alle guerre, sia ora lasciata a sè stessa e all'aura di mistero che alla vista di tutti, archeologi, abitanti locali e viaggiatori, ha sempre avuto.
Per contribuire a conoscere di più questo luogo, una delle 7 meraviglie dell'Oceania, questo blog si addentrerà per voi nelle deserte rovine del più grande sito archeologico del Pacifico...

Nan Madol Ruins 1
Dentro le rovine di Nan Madol
Breve storia di Nan Madol
L'umanità mise piede su Pohnpei, o Ponape, circa 2200 anni fa.
Come accade nelle isole così lontane dalla terraferma, gli indigeni svilupparono col tempo una religione, una lingua e tradizioni proprie, diverse da quelle dei luoghi da dove erano partiti, e l'ambiente difficile dell'isola favorì la divisione della gente in più villaggi in combutta tra loro, governati da anziani capi ma con una cultura di fondo simile.

Quando una dinastia, quella dei Saudeleur, prevalse definitivamente sul potere degli altri villaggi e iniziò a dettar legge su tutta Pohnpei, i capi di questa famiglia decisero che fosse giunto il momento di sigillare il loro dominio e di dimostrare la loro forza, per evitare di essere spodestati e rendere eterno il loro comando sull'isola.

Fu allora, stiamo parlando di un periodo compreso tra il 900 e il 1100, che iniziò la costruzione di Nan Madol, il cui nome significa "luogo di mezzo" (a metà strada tra Pohnpei e le piccole isole appena al largo della sua costa), una città concepita allo scopo di fornire una residenza per i nobili della dinastia, sufficientemente sicura e abbastanza imponente da scoraggiare chiunque nell'affrontarli.

Nan Madol Ruins 2
Vista di una delle antiche fortezze dal mare (FONTE)


La posizione, letteralmente sopra l'acqua, non fu casuale: permetteva ai Saudeleur di evitare attacchi da terra, e l'unico canale della barriera corallina che permetteva il passaggio di navi nemiche fu sbarrato con un muro, anche questo eretto a partire dal fondale marino.

Nello scopo e nello stile Nan Madol ricorda in parte Lelu, sito archeologico di un'altra isola della Micronesia, Kosrae. Anche Lelu fu costruita sull'acqua ma, come vedremo, sopravvisse molto di più (nonostante non si possa considerare grandiosa come Nan Madol).

Nan Madol, al picco del suo sviluppo demografico e urbanistico (1400), raggiungeva la popolazione di 1000 abitanti, in maggioranza nobili seguiti da gruppi di servi provenienti da tutta l'isola: i Saudeleur, in effetti, erano noti per la loro cattiveria e intransigenza, e il ricordo del loro lungo dominio vive ancora nella memoria degli abitanti di Pohnpei, convinti che le rovine di Nan Madol siano infestate dagli spiriti maligni.
A consolidare queste paure è anche la leggenda metropolitana secondo cui il governatore della Micronesia, quando Pohnpei era una colonia tedesca, sarebbe morto il giorno dopo aver profanato una delle più importanti tombe della città.

La grandezza di Nan Madol
Il fatto che solo 1000 abitanti vivessero in questa città durante il massimo splendore è un dato che può ridimensionare, almeno in una prospettiva moderna, l'importanza archeologica di Nan Madol.
Tuttavia, considerato che l'isola di Pohnpei non aveva più di 25 000 abitanti, costruire una città di 750 milioni di tonnellate di basalto sull'acqua, rappresenta uno sforzo maggiore di quello che gli egizi dovettero affrontare per costruire le Piramidi di Giza (così afferma Rufino Mauricio, archeologo nativo del luogo), e l'entità di questo sforzo è ancora più evidente se si osservano gli edifici che compongono Nan Madol.

Nan Madol Ruins 3

Il Nan Douwas, fortezza a scopo funerario dotata anche di una prigione, ha mura alte 10 metri e spesse 4, con massi di basalto pesanti fino a 50 tonnellate e trascinati a mano (non è riscontrata ai tempi dei Saudeleur la presenza di leve o strumenti in metallo) attraverso tutta l'ìsola.
In altri luoghi della città si possono trovare tunnel sotterranei, piscine rituali, altari e anche un grande tamburo per riunire la popolazione, o forse dare l'allarme. Un tempio di Nan Madol risulta poi la più grande struttura a scopo religioso di cui siano mai state trovate le rovine in Oceania: lungo 90 metri e largo 20, con mura alte nove e in parte sommerso.

Sarebbe bello poter credere che questa città sia stata costruita con l'ausilio della magia nera, come le tradizioni orali degli indigeni vorrebbero, e che i blocchi basaltici siano arrivati volando ai loro luoghi attuali. Forse, è ancora più bello pensare al miracolo che una piccola civiltà insulare, sprovvista di tecnologie, è riuscita a compiere.

Nan Madol Ruins 4
L'entrata del Nan Douwas


Il declino e la fine della "Venezia del Pacifico"
Dal 1500, almeno secondo i pochi archeologi che hanno studiato Nan Madol, la città subì un brusco declino, e all'arrivo degli europei nell'800 essa risultava deserta, abbandonata alla vegetazione e ai misteri che ancora oggi porta con sè.
Perchè una città che era costata tanta fatica e ingegno fu lasciata dai suoi abitanti?

Attorno al '500, è probabile che i Saudeleur furono sconfitti da un'altra dinastia, i Nahnmwarki, guidati dal capo Isokelekel, sepolto nell'isola artificiale di Karian, anch'essa parte del complesso di Nan Madol. Isokelekel fu però un'eccezione, probabilmente: la nuova dinastia non seppe mantenere potente la città, che in poco tempo perse la sua importanza. In realtà, la semplice mancanza di polso che seguì la caduta dei Saudeleur non è un motivo sufficiente per spiegare la caduta di Nan Madol: altre ipotesi, difficili da verificare, sono epidemie, cambiamenti climatici che hanno alzato il livello del mare rendendo inabitabile la città, o forse la fame, perchè Nan Madol doveva per forza importare dal resto di Pohnpei i generi alimentari.

Probabilmente, il mistero è destinato ad aleggiare per sempre tra gli scuri, silenziosi e imponenti complessi di questa Atlantide dell'Oceania. Ed è meglio così: forse, se sapessimo tutto su Nan Madol, sugli intrighi dinastici, sui presunti sacrifici umani, sul trasporto degli enormi massi e sulla costruzione degli edifici verrebbe meno il fascino che questo luogo, nonostante l'abbandono, le superstizioni e l'oceano che oggi nasconde buona parte di esso, ancora conserva.

Nan Madol Ruins 5
Tratti delle rovine sommerse (FONTE)

Sunday, January 11, 2015

I Moai, custodi dei misteri dell'Isola di Pasqua

A migliaia di chilometri dalla terraferma, nel Pacifico sud-orientale, un'isola spoglia e dalle coste aspre spunta dal blu scuro dell'oceano: è Rapa Nui, l'Isola di Pasqua, territorio appartenente al Cile ma ultimo avamposto delle culture Polinesiane nell'Oceania.

                                             L'isola di Pasqua
Rapa Nui è un luogo pieno di misteri per i biologi, gli antropologi e anche gli archeologi.
Ci si domanda spesso come sia stata possibile la pressochè totale deforestazione di questa isola, un tempo lussureggiante e poi, dopo l'arrivo dei primi uomini, e probabilmente anche a causa dei topi, ridotta a una landa spoglia e desolata. Ci si è domandati anche spesso chi fossero i primi abitanti, fino a quando le prove del DNA confermarono che si trattava di Polinesiani e non, come era stato ipotizzato da Thor Heyerdahl, di sudamericani. E soprattutto, gli archeologi continuano a domandarsi cosa significhino, e come siano stati eretti, i grandi Moai, il simbolo più famoso di Rapa Nui, una delle 7 meraviglie dell'Oceania elette da questo blog.

Ahu Tongariki
Ahu Tongariki, la più grande piattaforma in pietra dell'isola, con i suoi Moai
(FONTE: Andrew Landers)
                                           I guardiani di Rapa Nui
I Moai sono spesso citati come i "guardiani" dell'isola, custodi di tutti i misteri, forse destinati a non essere mai risolti del tutto, di questo mondo sperduto tra le correnti violente e imprevedibili del Pacifico.

El Gigante
Scolpite dal tufo, roccia del vulcano Rano Raraku, a partire dal 1200, alcune di queste statue possono arrivare a pesare 80 tonnellate per quasi 10 metri di altezza, anche se il Moai in assoluto più imponente mai scoperto non è ancora stato completato: soprannominato El Gigante, se completato questo colosso peserebbe 150 tonnellate per 21 metri d'altezza.
In totale, nell'isola di Pasqua, si stima ci siano 887 Moai, anche se molti di loro non sono più eretti da tempo, e altri sono dispersi qua e là negli ampi e silenziosi spazi di Rapa Nui, semisepolti. In effetti, tante statue, nella seconda metà dell'800, furono abbattute per ragioni ancora non chiare, quando ormai la loro funzione, per gli indigeni cristianizzati e con una cultura a rischio per la pressione europea, aveva perso importanza.
                    
                             Un primo mistero: quale fu la loro funzione?
Si pensa, ma di conferme non ce ne sono molte, che i Moai rappresentassero originariamente i volti di antichi capiclan, scolpiti dagli uomini di ogni villaggio per dimostrare la forza della propria comunità quando all'interno dell'isola iniziarono violente guerre, che contribuirono tra l'altro a devastare l'ambiente.
Ogni Moai, secondo questa teoria, sarebbe intristo del proprio mana, uno spirito nel quale credevano gli animisti dell'isola. Le statue, in altre parole, sarebbero un simbolo dei villaggi e della spiritualità del tempo in cui furono scolpiti.
Per quanto sia la più accreditata, tale teoria non spiega perchè i Moai abbiano tratti quasi africani e non Polinesiani (la gente del luogo, quando li scolpì, non sapeva nemmeno esistesse l'Africa), nè perchè effettivamente furono abbattuti.

Per gli appassionati della fantascienza e dei vari complottismi, i Moai rappresenterebbero invece una civiltà di alieni giganti che avrebbe fatto visita all'umanità migliaia di anni fa, e di cui ora, come unica testimonianza, restano proprio queste figure.

Moai nell'entroterra di Rapa Nui


                     Le statue che camminarono: il secondo mistero dei Moai
I Moai venivano trasportati dal vulcano fino alle Ahu, piattaforme di pietra a scopo cerimoniale, dove ne venivano eretti, fino a 250 in certi casi, con il volto rivolto verso le altre isole della Polinesia, vale a dire verso ovest.
I viaggi dei Moai, lunghi fino a 18 km, sono stati oggetto di studio per più di un secolo: come facevano gli indigeni di Rapa Nui a trasportare queste statue? Le tradizioni orali degli abitanti locali sono chiare: i Moai camminarono fino ai luoghi dove si trovano attualmente, animati dai loro spiriti (mana), e comandati da coloro che avevano il potere di controllare questi spiriti, indirizzando la camminata delle statue verso i luoghi indicati.

Prima teoria: Heyerdahl

Formulata negli anni '50 dall'avventuriero ed etnologo norvegese Thor Heyerdahl, questa teoria ipotizzava che i Moai fossero legati ad uno o due bastoni posti lungo la loro schiena, e che poi la gente, legando le corde al bastone, iniziasse a trainare le statue trascinandole fino alle piattaforme.
Questo tipo di trasporto, in apparenza abbastanza intuitivo, non spiega però la "camminata" dei Moai di cui parlano le leggende di Rapa Nui, e richiede peraltro, per le statue più grandi, fino a 1500 operai dediti al trasporto.

Seconda teoria: Mulloy

Un'idea diversa fu invece teorizzata nel dopo gli anni '60 da William Mulloy, antropologo americano, che immaginò delle impalcature di legno, a forma di V rovesciata verso il basso, per trasportare in modo meno faticoso le statue. Per spostare un Moai sono così necessarie solo 90-100 persone, anche se la complessità del metodo rende poco probabile la teoria.

Terza teoria: Pavel e Heyerdahl

Thor Heyerdahl si lega ai Moai per tutta la sua vita e negli anni '80, in collaborazione con l'archeologo ceco Pavel pensò ad una nuova possibilità: con due gruppi di operai, uno che mantiene l'equilibrio e uno che, da davanti, trascina un po' verso destra e un po' verso sinistra la statua, che otterrebbe così un movimento simile alla camminata, anche se ciò ne ne danneggierebbe le basi.

Quarta teoria: Love (e Van Tilburg)

E se i Moai fossero stati trasportati facendoli scorrere su file di tronchi? La teoria di Charles Love ipotizza che le statue fossero poste con un supporto in legno alla loro base e poi erette su file parallele di tronchi, prima di essere tirate. Jo Anne Van Tilburg pensò che le statue fossero invece distese lungo i tronchi e non erette.

Quinta teoria: ci siamo?
La teoria probabilmente più attendibile finora sviluppata è stata concepita nel 2011 da Terry Hunt e il trasporto di un Moai è stato in seguito simulato da un team di scienziati della National Geographic Society. Con tre gruppi di uomini, uno atto a mantenere l'equilibrio da dietro e due laterali alla statua, i Moai, ondeggiando a destra e a sinistra con un movimento simile alla camminata, proseguono in modo relativamente sicuro per gli operai e senza richiedere centinaia di lavoratori. Sarà questa la teoria che spiega definitivamente il cammino dei guardiani di Rapa Nui?

Possibile "cammino" di un Moai



Saturday, December 20, 2014

La città perduta di Lelu, Micronesia

Isolata da centinaia e centinaia di chilometri di oceano, protetta da una scura e densa vegetazione e da una schiera di foreste di mangrovie lungo le coste, l'isola di Kosrae, o Kusaie, uno dei 4 Stati Federati di Micronesia, ha una storia vecchia oltre duemila anni, di cui ora rimane una delle città abbandonate più importanti e affascinanti del Pacifico, Lelu, una delle 7 meraviglie dell'Oceania nominate da questo blog.

Lelu
La baia dove un tempo sorgeva Lelu (FONTE)
Lelu, situata a nord-est dei Kosrae, governava quella che, a partire dall'anno mille, era diventata una delle civiltà più avanzate dell'Oceano Pacifico. Questa città ospitava le classi elevate della società dell'isola, i re (Tokosra nella lingua locale), i nobili capivillaggio (mwetleum) e una parte della gente comune, nullatenente.
Per mettere a punto un centro che doveva proteggere la classe dirigente, sopravvivere alle intemperie e dimostrare la forza e il potere dell'isola, si stima che le poche migliaia di abitanti di Kosrae lavorarono ininterrottamente almeno dal 1200 fino alla data di conclusione, attorno al 1400. Nel 1800, all'arrivo degli europei, Lelu era ancora abitata e i suoi pilastri megalitici, insieme a tutte le altre costruzioni, stupirono non poco gli esploratori bianchi.

Wednesday, April 23, 2014

Telematua, il fondatore delle Tuvalu

Anche le Isole Tuvalu, come il resto dell'Oceania, sono un posto alquanto ostico per archeologi e storici. La scarsità dei reperti e la mancanza di fonti scritte rendono quasi impossibile ricostruire in modo dettagliato la storia isolana, tanto che solo negli anni '80 si è riusciti a datare l'arrivo dei primi uomini a Tuvalu: 8000 anni fa.

Inevitabilmente, il racconto forse più tramandato delle Tuvalu ha proprio a che fare con l'approdo di Telematua, il leggendario primo abitante di Tuvalu, un gigante che approdò sulle isole con le sue mogli, una chiamata Futi ("banana" in Tuvaluano) e una di nome Tupu ("abbondante"), e con un figlio, Foumatua, e un nipote, Silaga.

Tuvalu coast
Costa di Funafuti, Isole Tuvalu
Arrivato in canoa dalle Samoa, come ogni buon Polinesiano Telematua era un navigatore provetto.
Approdò nell'attuale atollo di Funafuti, precisamente nell'isoletta di Funafala, decidendo di lasciarvi la moglie Futi, da cui poi l'atollo avrebbe preso il suo nome. Lasciò poi l'altra moglie nell'attuale atollo di Vaitupu.
Quando la moglie Futi chiedeva a Telematua cosa andasse a fare a Vaitupu, il gigante rispondeva: Voai ia Tupu, un'espressione che significava "vado a vedere Tupu", la sua seconda moglie. E da quell'espressione nacque anche il nome del secondo atollo, per l'appunto Vaitupu.

A Telematua e alle sue avventure amorose non si devono solo i nomi di due atolli centrali, quanto anche, sempre secondo la leggenda, la vegetazione stessa delle isole. Le Tuvalu, all'arrivo del gigante, erano infatti desertiche, e fu proprio Telematua a portarvi, dalle Samoa, i semi delle palme da cocco che oggi affollano ogni centimetro delle isole.

Funafala 1
L'isola di Funafala, 
dove secondo la leggenda approdò Telematua


Non tutte le isole condividono però il racconto di Telematua. Ad esempio, gli abitanti di Nanumea, un'isola con una forte identità culturale autonoma, affermano di discendere dai Tongani, mentre quelli di Nui affermano che i loro antenati provenivano dalle Kiribati.
Queste affermazioni, in effetti, sono veritiere, perchè anche a Tuvalu, nel corso degli anni, si sono incrociati popoli di diverse origini, tra cui appunto i navigatori delle Kiribati e i temibili guerrieri Tongani.
Di certo, Telematua, in quanto fondatore della patria, è anche un simbolo dell'identità Tuvaluana.
A tal proposito, basti dire che secondo la leggenda i suoi discendenti, tra i quali ci sono uomini di nome Polau e Salaika, erano semi-dei capaci di volare, che sconfissero i Tongani durante i loro attacchi alle isole, come veri e propri eroi nazionali.
In altre parole, vantare una discendenza dalla famiglia di Telematua, nelle Tuvalu di oggi, era come affermare di discendere da Marte per un romano: significa essere un gradino sopra tutti, anche se nel mondo delle Tuvalu, dove tutti sono allo stesso livello sociale, questi reclami non hanno molto senso. Ma ogni caso, nel solo Vaitupu, l'atollo dove abitava l'amante che Telematua soleva visitare spesso, abitano 1600 persone e ben 6 famiglie dichiarano di discendere dal leggendario fondatore delle Tuvalu.


Monday, April 7, 2014

La Rocca di Sokehs, simbolo di Pohnpei e della Micronesia

Ciò che spesso distingue le diverse isole, viste dal mare, è la forma. E questo vale anche per Pohnpei, uno degli Stati Federati di Micronesia.
Vista dal mare, Pohnpei è dominata dal promontorio di Sokehs, uno dei simboli più famosi di tutta la Micronesia.

Sokehs rock
Il promontorio
da nord-ovest
La leggenda narra che il primo uomo arrivato a Pohnpei, un navigatore che veniva da ovest, avvistò l'isola grazie a un'imponente fontana di acqua che zampillava dal luogo dove si trova il promontorio.
L'uomo continuò il suo viaggio fino ad un'altra misteriosa isola dove incontrò un mago e lo convinse a porre un enorme masso sopra la fontana. Il masso con cui il mago chiuse la fontana, secondo la leggenda, non è altro che l'attuale promontorio, noto nella lingua locale come Paipalap, la "grande roccia".
L'importanza storica di Sokehs deriva dalla sanguinosa rivolta degli indigeni contro i coloni tedeschi, avvenuta tra il 1910 e il 1911 e rimasta impressa nella memoria locale come il simbolo per eccellenza della libertà contro il colonialismo.

Dall'inizio del secolo scorso, il governo tedesco che aveva preso possesso della Micronesia impose a tutti gli autoctoni, compresa la tribù di Sokehs, due settimane di lavori pubblici in cambio della concessione di terre: un'assurdità per chi, come i Micronesiani, abitava le isole e possedeva le terre da prima che i tedeschi venissero anche solo a sapere della loro esistenza.
Samuel, un guerriero locale, istigò la sua tribù, che viveva proprio ai piedi della grande Rocca, a ribellarsi contro i tedeschi, che per domare la rivolta dovettero addirittura chiamare dagli altri loro possedimenti coloniali due incrociatori: nel febbraio del 1911, gli europei sedarono la rivolta, al prezzo di 5 morti e 14 feriti. Decine di ribelli furono incarcerati, e 15, Samuel compreso, furono fucilati. Inoltre, la tribù di Sokehs fu "deportata" alle isole Palau, dalle quali sarebbe tornato solo 17 anni dopo, quando la Micronesia era passata sotto il controllo dei giapponesi.
Samuel, oggi, è uno degli eroi nazionali degli Stati Federati.

Sokehs Rock 2
La Rocca e la baia di Kolonia viste da sud-est
L'escursione alla rocca è un sentiero di media difficoltà, che alterna tratti di salita lungo pareti rocciose a trekking nella foresta pluviale.
Durante il viaggio, è possibile imbattersi in postazioni di mitragliatrici giapponesi (ovviamente non più attive...), rovine della strada coloniale che passava di qui, e caverne infestate di pipistrelli.

Altri uccelli, come il gufo di palude di Pohnpei (Asio Flammeus Ponapensis) e volatili marini si possono inoltre avvistare dalla vetta. Se il clima umido della Micronesia grazierà il viaggiatore, si potrà anche godere di una spettacolare vista sugli atolli circostanti Pohnpei, come Pakin Atoll.

Umidità o no, ammirare il tramonto sull'Oceano, dalla cima di questo simbolo della Micronesia, è invece sempre possibile.

Sunset from Paipalap
Tramonto sulle isole di Lenger e Parem, cima di Sokehs