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Friday, August 26, 2016

Tre (inattese) curiosità sui pinguini

Cos'ha in comune un pinguino di Adelia con un delfino, un koala o un cane? Non dove vivono, non cosa mangiano, non come appaiono o quanto vivono, ma forse la simpatia e la tenerezza che a molti suscitano questi animali.
A consacrare i pinguini ai primi posti di un'immaginaria scala di "adorabilità" ci ha pensato ad esempio il film Happy Feet, ma esplorare il lato nascosto di questa famiglia di uccelli è senz'altro più imprevedibile: di adorabile, spesso, vedremo che i pinguini (in questo articolo mi riferirò a quelli di Adelia) hanno solo la sfacciataggine di cui Madre Natura li ha dotati.

Tuffo di gruppo dei Pinguini di Adelia (Fonte)

Thursday, July 14, 2016

La commovente storia di Keiko

La storia di Keiko è quella di un naufrago: di un'orca sbalzata da un posto all'altro senza appartenere a nessuno di questi, nemmeno allo stesso oceano dove nacque e dove infine tornò.
Una storia di un animale che non è mai stato un vero membro della sua specie e che, sebbene prima di dormire si circondasse di tutti i suoi giocattoli, non è mai stato nemmeno umano.
Non è una storia felice, se non a tratti, non è una storia fortunata (eppure Keiko in giapponese vuol dire "il fortunato"), e non è una vera storia di successo. Ma come molte storie, vale la pena di essere letta.

Keiko in Islanda (Fonte)
Catturato nel 1979 in Islanda, all'età di circa tre anni, Keiko visse per i successivi diciassette tra un acquario dell'Ontario, in Canada, e il Reino Aventura di Città del Messico, diventando famoso per i suoi spettacoli e ancora di più per essere il protagonista della serie di film Free Willy.

Fu proprio questo ruolo da "attore" che generò nell'opinione pubblica, specialmente giovane, un movimento per liberare Keiko non solo nel film ma anche nella realtà. Questo anche a causa della salute malferma dell'animale in cattività, che si verifica in modo tristemente frequente fra le orche che vivono negli acquari.

Saturday, July 9, 2016

L'assassina dei mari (o delle piscine?)

Il suo nome latino significa "essere demoniaco che proviene dall'Inferno", e quello comune, che sia in italiano o inglese, è sempre accompagnato da "assassina". Definizioni evocative e potenti nei termini, ma adatte perlopiù ai blockbuster di Hollywood, che però, per fortuna, preferiscono banalizzare in questo modo gli squali: a nobilitare le orche ci pensò almeno il film Free Willy, del 1993.

Questo animale, in ogni caso, è molto più che il suo nome o la sua immagine cinematografica: dove le orche vivono, c'è chi le ritiene portatrici di vita, non di morte; c'è chi le venera e chi le studia, mettendo alla luce con fatica il loro mondo; e nei luoghi dove esse vengono poi "deportate", mostrano veramente il loro lato più imprevedibile e sanguinario.

Fonte: John Stenersen

Monday, June 6, 2016

Un gigante innocuo nei mari d'Italia: lo squalo elefante

Lo squalo elefante NON ha questo aspetto ;) (Fonte foto)
Solo di recente ho scoperto che non solo numerose specie di squali abitano i mari italiani, ma che di una di esse, lo squalo elefante, si sa molto poco: e siccome per lo spirito di uno scienziato-esploratore-divulgatore come me un argomento misterioso diventa subito un argomento interessante, ho deciso di documentarmi e parlarvi del magnifico (almeno per me) Cetorhinus Maximus.

Comincerò subito sfatando un pregiudizio sul cetorino: è uno squalo ma, sebbene la sua bocca abbia dimensioni sufficienti per ingoiarvi come un biscotto, è del tutto innocuo per gli uomini e anche per la grande maggioranza delle altre specie che condividono con lui le acque dei mari temperati, il suo habitat. Questo a dispetto delle dimensioni, che possono arrivare a 10 metri e ne fanno il secondo pesce del mondo dopo lo squalo balena (Rhincodon Typus).

Immersione con uno squalo elefante
Il nome "elefante" potrebbe suggerire fantasiose caratteristiche sul corpo di questo squalo: in realtà, il muso allungato dei piccoli squali elefante ricorda una proboscide, e da qui viene il nome comune della specie.

Thursday, May 19, 2016

Il sangue del Madagascar

Veduta dal satellite del delta del fiume Betsiboka
Sorvolarlo e fotografarlo è come osservare una profondo taglio che ci siamo procurati, accompagnato da una fastidiosa e preoccupante uscita di sangue. Solo che quello del Betsiboka, uno dei maggiori corsi d'acqua del Madagascar, non è il sangue di una sola persona: è il sangue di un'isola intera, forse proprio di tutta la Terra, spogliata, scavata e ferita nel suo cuore.

Dagli altipiani del Madagascar centrale, il fiume Betsiboka discende verso nord-ovest fino a sfociare nel Canale di Mozambico, in un tratto di costa tropicale dove si trovano alcune delle barriere coralline più belle del continente africano.


Lungo il suo percorso, tuttavia, solo un minimo tratto del fiume si addentra nelle foreste vergini che ricoprivano la terra malgascia, e che ospitavano animali introvabili in qualsiasi altro posto della Terra.
Gran parte di quel mondo è scomparso, disboscato e sostituito da aridi savane o campi coltivati che permettono alla gente di sopravvivere: e quando le piogge bagnano questo panorama, il suolo viene eroso, finendo nel corso del Betsiboka e di tutti gli altri fiumi del Madagascar, il cui colore diventa di un intenso rosso, come a ricordare il sangue che esce da una ferita. I sedimenti vengono portati verso il mare, soffocando le barriere coralline e ostacolando la navigazione.

La deforestazione a fini agricoli, con il tempo, morde peraltro la stessa mano che l'ha nutrita: i terreni disboscati si erodono più facilmente e perdono la produttività presto, con la conseguenza che nuovi tratti di foresta devono essere eliminati. Questo avviene anche in Amazzonia, e in tutti i luoghi dove ragionando solo sul breve termine conduce a disastri...sul lungo termine.

Alba al parco nazionale di Ankarafantsika
Uno degli ultimi luoghi attraversati dal Betsiboka dove ancora sopravvive il Madagascar originale si trova a pochi chilometri dalla foce del fiume.
Si tratta del parco nazionale di Ankarafantsika, in cui trovano casa ben 8 specie di lemuri e decine di rettili tra cui anche Erymnochelys Madagascariensis, la "tartaruga dalla testa grande" del Madagascar, sconosciuta ai più ma non alla medicina tradizionale asiatica: la passione di chi trova in ogni specie rara o esotica un rimedio alle malattie o un magico fattore di benessere (talvolta perfino di crescita del pene...) è costata a questa specie e a molte altre il rischio di estinzione.

Luoghi come questi, in una Terra che sanguina ancora ovunque, sono i baluardi dove ancora scorre vita e sulle cui sponde si può ancora coltivare il futuro.

Vegetazione del parco (Fonte)


Saturday, April 30, 2016

Le isole di fenicotteri del lago Nakuru

(Fonte)
Nel cuore dell'Africa dove un tempo nacque l'uomo per come oggi lo conosciamo, durante quelle stagioni secche in apparenza interminabili, se potessimo prendere un elicottero o un ultraleggero e volare nel cielo ardente sorvolando il lago Nakuru, nel Kenya centro-occidentale, vedremmo alcune delle isole più belle del mondo.

Eppure, queste isole sono diverse dalle altre: dal delicato colore rosa, emettono talvolta richiami (meno delicati) che ricordano quelli delle oche. Si palesano spesso quando le acque del lago, per via della stagione, si abbassano, e rappresentano una fonte di cibo ideale per molti predatori e una fonte di spettacolo per chi le può vedere.

(Fonte)
Sono isole di fenicotteri, che in questi piccolo lago possono superare il milione e mezzo di esemplari.

Divisi in due specie, tra cui la maggiore può arrivare ad un'altezza di 187 cm (ma come media rimane su un più modesto 130 cm...), devono il loro colore ai pigmenti presenti negli organismi di cui si nutrono, cioè batteri e l'alga spirulina platensis. Proprio quando le acque sono basse, l'alga diventa abbordabile per questi uccelli, che si riuniscono in gruppi appena oltre le rive del lago, smuovendo il fango del fondo con le zampe e poi usando il loro lungo collo per prendere le alghe.

La loro densità, oltre a permettergli di usare in modo più efficiente le fonti di cibo e i sidi di nidificazione, li protegge anche dagli attacchi di iene ed altri predatori, per i quali questa massa di lenti uccelli rosa è un El Dorado. In realtà, i fenicotteri all'esterno del gruppo, esposti ai predatori, non saranno d'accordo su questo...ma tutto è relativo.

Greater e Lesser, le due specie di fenicotteri (Fonte)
(Fonte)
A chiamare casa il lago e le terre vicine non sono solo le isole di fenicotteri, ma anche molte specie in pericolo quali ad esempio leoni, ghepardi, leopardi, rinoceronti bianchi e rarissimi rinoceronti neri.

Tutto questo è protetto da un parco nazionale di 188 kmq istituito già nel 1961, dove però il livello di attenzione per preservare questi tesori naturali non può mai abbassarsi.

Fauna di terra e d'acqua in prospettiva (Fonte)
Se già le acque del lago sono infatti decisamente alcaline e quindi non potabili, per via della derivazione vulcanica di questo specchio d'acqua, l'inquinamento dovuto alla veloce urbanizzazione di un paese come il Kenya può far scomparire il cibo per chi dipende direttamente dal Nakuru.

La popolazione umana circostante, convertendo i terreni incolti ad agricoli, avrebbe inoltre modificato l'equilibrio che regolava la variazione del livello dell'acqua. Così, capita che a periodi di estrema siccità, dove l'acqua è troppo bassa perfino per i fenicotteri, si alternino, come dal 2013 in poi, aumenti del livello talmente veloci da rendere difficilmente raggiungibile il cibo, con lo spostamento degli uccelli in laghi vicini, a volte anche oltre il confine Kenya-Tanzania.

Come poi il riscaldamento della terra entri in questo quadro è ancora da vedersi: ma come al solito, decido di credere che troveremo una soluzione -o un insieme di soluzioni- per far sì che le "isole" del lago Nakuru, e tutto ciò che attorno a questo lago vive, continui ad incantarci anche negli anni a venire.

Il lago (Fonte)

Saturday, April 2, 2016

Curiosità del mese - Aprile 2016: Il fiore più grande del mondo? A Sumatra

Rafflesia Arnoldii è il nome scientifico (derivato dal botanico inglese J. Arnold) di una pianta endemica delle foreste di Sumatra, isola Indonesiana, che ha la peculiarità di produrre il fiore singolo più grande del mondo.

Questo fiore, che può raggiungere il metro di diametro e pesare 10 kilogrammi, appartiene ad una pianta in parassita e priva di clorofilla: il suo nutrimento è quindi ricavato dalle piante Tetrastigma, un genere delicato e sensibile alla degradazione delle foreste tropicali, che a Sumatra sono state in parte distrutte. Questo è anche il motivo per cui Rafflesia, direttamente dipendente dalle altre piante per la sua vita, è attualmente considerata in pericolo e i suoi numeri sono incerti.

Fiore di Rafflesia Arnoldii
A dispetto della curiosa grandezza, il fiore non è particolarmente attraente: non solo per il colore, di un rosso scuro e poco brillante, o per la durata di pochi giorni, o per la superficie butterata come pelle messeaa dura prova dall'acne, ma soprattutto a causa dell'odore che emana, quello di un corpo in decomposizione. Il fetore, intenso e causato da composti organici di cui uno presente nelle feci umane, serve per attirare gli insetti. 

La pianta con la più grande infiorescenza del mondo, anch'essa patrimonio della flora di Sumatra, è invece l'aro gigante, Amorphophallus titanum, la cui infiorescenza (non difficile scorgerci la similarità con un immenso fallo...) può raggiungere i 3 metri di altezza.
Al contrario della Rafflesia, questa pianta non possiede un fiore singolo: attorno al fallo all'asse principale che si protende verso l'alto, si raggruppa infatti un altissimo numero di piccoli fiori, e questo fenomeno è noto per l'appunto come infiorescenza. 

Aro gigante in un orto botanico


Thursday, March 31, 2016

I Bajau: viaggio nel mondo dei nomadi dell'oceano

Un elemento pericoloso e inospitale quanto affascinante, il mare è per alcuni un mondo da cui tenersi lontani, per altri una fonte di divertimento, di sostentamento o addirittura una casa: c'è chi ha deciso di mollare tutto per vivere in barca a vela. e chi da millenni solca le distese dell'oceano e che si è adattato al punto da veder meglio sott'acqua, dal sentire il "mal di terra" quando scende dalla propria barca e che può raggiungere i 5 minuti di apnea, tanto i suoi polmoni sopportano le immersioni.
Il mondo appena citato è quello dei Bajau, un popolo di nomadi del mare che chiama "casa" una delle aree di oceano più spettacolari del Pianeta Terra, il Triangolo dei Coralli.

Bambini in acqua vicino ad una casa Bajau (Fonte)







Da dove vennero i nomadi del mare
Non sono chiare le origini di questo popolo Austronesiano, oggi diffuso in maggioranza lungo le coste di Malesia (Regione di Sabah), Sultanato del Brunei, Indonesia (Isole del Borneo e di Sulawesi), Filippine (Isole Palawan e Mindanao).

Alcuni Bajau, a tal proposito, raccontano di essere stati un tempo sudditi di un ricco re che incaricò loro di salpare verso l'oceano per cercare sua figlia, rapita da alcuni pirati. Non riuscendo nella missione di ritrovare la principessa, essi rimasero a vivere, per vergogna, in mare.

Friday, March 18, 2016

Coccodrillo marino vs Squalo Bianco: faccia a faccia con 8 domande tra due dei più grandi predatori degli Oceani

Sono due emblemi di pericolosità e, sebbene in modo diverso da un tenero koala o da un empatico delfino, non possono mancare di affascinare l'osservatore appassionato di natura.
Il coccodrillo marino (Crocodylus porosus) e lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) sono due enormi, spietati e per molti versi ancora misteriosi predatori degli Oceani.
Dove e come vivono? Chi dei due è più pericoloso per l'uomo e chi dei due vincerebbe se si dovessero trovare faccia a faccia, ammesso decidessero di sfidarsi? Scopritelo in questo articolo.

Sunday, March 13, 2016

I narvali, gli "unicorni" dei mari del Nord

Passa la sua vita nelle acque di un gelido mare che circonda isole impervie e quasi disabitate, emerge solo per pochi secondi prima di scomparire di nuovo e possiede un lungo dente, spesso noto anche come corno o zanna, di cui non è nota l'origine nè, fino in fondo, l'utilità: non c'è da stupirsi che il narvalo sia un animale misterioso e su cui è facile trovare leggende, e fraintendimenti, molto interessanti.

Alcuni maschi emergono dall'acqua
Il dente del narvalo 
La caratteristica più evidente di questi cetacei dei mari del Nord è sicuramente il lungo dente (perchè, a dispetto della sua apparenza, è proprio un dente) che cresce nella maggioranza dei maschi e talvolta anche nelle femmine.
La sua funzione, che spesso si è creduta essere legata alla riproduzione (sia per competere fra maschi che per attirare femmine), è stata forse svelata con uno studio del 2014. Il dente, che non è impermeabile all'acqua, servirebbe al narvalo per percepire le differenze di temperatura, salinità e altri composti, comprese quelle utili alla nutrizione, nell'acqua. Un'adattamento insolito ma utile, specialmente se permette perfino di trovare femmine disponibili alla riproduzione "odorando" le sostanza emesse.

Una leggenda degli Inuit, i popoli che abitano la Groenlandia e i territori settentrionali di Canada e Alaska, fa risalire il lungo dente alla storia di una donna che annegò nel tentativo, vano, di catturare uno di questi animali, e la cui lunga treccia di capelli diventò la famosa appendice del narvalo. Talmente famosa che, nel romanzo di Jules Verne "Venti mila leghe sotto i mari", le navi attaccate dal sottomarino Nautilus credevano di avere a che fare con un enorme e aggressivo narvalo in guerra contro l'umanità, più o meno come il leggendario Moby Dick nell'omonima opera di Melville.

Thursday, March 3, 2016

Curiosità del mese - Marzo 2016: perchè le tartarughe piangono?

Perchè le tartarughe marine piangono?
Non è un fatto molto noto, ma dai loro occhi, ogniqualvolta si trovano a terra (e vi vengono solo per deporre le uova), scendono lacrime.

La leggenda vuole si tratti della tristezza di mamma tartaruga per aver lasciato, sepolta sotto la sabbia, una prole di centinaia di piccoli che con ogni probabilità lei non potrà più rivedere. Ma c'è anche una spiegazione scientifica abbastanza semplice dietro questo fenomeno.

Esemplare di Tartaruga Liuto (Copyright Associated Press)
Le lacrime che scendono dai loro occhi sono infatti ricchissime di sale.
Come animali che trascorrono quasi tutta la loro vita nell'acqua degli oceani, le 7 specie di tartaruga marina hanno infatti un continuo bisogno di espellere il sale in eccesso, come fanno molti pesci. E come i pesci, l'adattamento a questa necessità è stato ottenuto tramite il loro apparato escretore, vale a dire i reni.
Se quello dei pesci d'acqua salata è quasi privo di glomeruli, strutture che permettono di trattenere sostanze utili dai liquidi corporei (la loro assenza fa in modo che il sale non venga trattenuto ma venga espulso), l'apparato delle tartarughe espelle continuamente acqua molto salata, anche se noi lo possiamo vedere solo quando gli animali vengono a terra. L'acqua così espulsa serve anche a pulire gli occhi dalla sabbia.

Questo ci porta ad un'altra curiosità: nelle tartarughe, buona parte della scatola cranica non è occupata dal cervello, ma da due grosse ghiandole, che, lavorando come dei reni, trattengono il sale per poi convogliarlo fuori dal corpo tramite gli occhi.


Tuesday, March 1, 2016

Non solo il Dodo: la lista nera degli uccelli estinti di Mauritius

Il Dodo, quel parente stretto dei piccioni dal grosso becco e alto fino ad un metro, è uno dei più famosi casi di estinzione della storia, tanto da essere stato inserito, assieme ai Mammut, in diverse liste di potenziali animali "resuscitati" dall'estinzione grazie alle tecniche sperimentali di ingegneria genetica.
Non a caso, proprio in un film con protagonista un Mammut e i suoi compari preistorici, la scomparsa del Dodo viene ironicamente narrata, assieme alla presunta stupidità (smentita), dell'uccello.
La clip è inserita nell'Era Glaciale:


L'estinzione del Dodo è la più famosa ed una delle più veloci, ma non certo l'unica tra quelle avvenute a Mauritius, isola dell'Oceano Indiano meridionale.

Qui, dove convivono influenze culturali inglesi, francesi, indiane e africane, arrivano svariate migliaia di viaggiatori ogni anno per godersi uno dei più noti paradisi tropicali della terra. C'è chi si interessa alle spiagge e chi al meno noto entroterra, dalle cui alture si può lanciare lo sguardo sulle montagne e le colline, le città costiere come la capitale Port Louis che rievocano l'atmosfera coloniale e l'oceano blu, i verdi campi di canna da zucchero e, di un verde più scuro, le ultime foreste rimaste.

Il tutto è suggestivo, ma molto diverso da come doveva apparire a inizio '600, quando i primi abitanti si stabilirono qui. Prima, le forme delle navi si potevano solo intravedere sfumate nel torrido orizzonte dell'Oceano, ora attraccavano, liberando animali domestici, ratti e soprattutto uomini. Al brulicare dell'avifauna, al ticchettio della pioggia e al soffio del vento, i principali suoni di un'isola lussureggiante ma disabitata, si aggiunsero il crepitare del fuoco, il crollo degli alberi e soprattutto le migliaia di voci divise nelle decine di lingue di marinai, prigionieri, cercatori di fortuna, missionari e pirati.

Il fascino che ha oggi Mauritius, insomma, è diverso da quello che c'era 400 anni fa, e che in pochi decenni cambiò del tutto.

La vista sull'entroterra di Mauritius (Fonte)

Alla caccia dei marinai e dei primi coloni-esploratori, si unirono la deforestazione le specie invasive, soprattutto cani, gatti, maiali, ratti e perfino macachi, che furono introdotti e si fecero scorpacciate di uova e di ingenui uccelli. Ingenui perchè, come per altre specie in altri luoghi del mondo, non temevano l'uomo, mai visto e ritenuto innocuo. Rappresentativi non solo gli esempi del Dodo e delle Oche di Mauritius, che erano solite riunirsi in gruppi e non fuggivano nemmeno quando i cacciatori iniziavano a sparare contro di loro, ma soprattutto quello del Parrocchetto Grigio di Mauritius e Riunione, un pappagallo estinto nel '700, particolarmente facile da cacciare: bastava prenderne uno perchè esso attirasse tutto il resto dello stormo, che finiva così in trappola.

Illustrazione della caccia al pappagallo
Ad arricchire la lista nera, oltre al Dodo, alle Oche di Mauritius e al Parrocchetto Grigio, c'è anche il Piccione Blu di Mauritius, col caratteristico e folto piumaggio bianco attorno al collo, il corpo bluastro che gli da il nome e la coda rossa: l'alternanza di questi tre colori lo ha anche reso noto come "piccione olandese".

Piccione blu di Mauritius imbalsamato (Fonte)
E la lista non finisce qui: un airone, un'alzavola (simile alle anatre), una civetta, un pappagallo dalla caratteristica cresta di piume sul volto (il pappagallo a becco grosso) e una folaga, un uccello acquatico con le carni dal cattivo sapore, insufficienti a salvarlo: intere popolazioni furono completamente sterminate in due anni.

La scomparsa della vecchia Mauritius portò con sè tutte queste specie (solo di uccelli), di cui oggi possiamo ipotizzare l'aspetto e il comportamento solo sulla base di descrizioni, fossili, e pochissimi esemplari imbalsamati.
Se la scienza può però ancora dire qualcosa su di loro, quantomeno per ricordarci che non dovremmo permettere simili disastri per altre specie, la cultura è abbastanza ingenerosa. Infatti, a parte la rappresentazione del Dodo nelle rupie di Mauritius e nello stemma nazionale, tutto ciò che rimane di questi uccelli è un detto diffuso nella lingua inglese: "to go the way of Dodo", letteralmente "andare per la strada del Dodo", cioè diventare antiquato, vecchio, essere messo da parte...in altre parole, estinguersi.


Wednesday, February 17, 2016

Sri Lanka: vita (e morte) degli elefanti accanto agli uomini

Esemplare maschio, uno dei pochi con le zanne (Fonte)
Si potrebbe parlare degli elefanti dello Sri Lanka con commoventi immagini di piccoli appena svezzati, citando i 5 parchi nazionali che il governo ha istituito per proteggerli, proponendo le foto dei viaggiatori estasiati che li accarezzano, o ancora parlando di un luogo unico al mondo come il Pinnawala Elephant Orfanage, dove gli orfani di elefante vengono cresciuti e curati per poi essere rilasciati in natura.

Oppure si potrebbe fare il contrario: partendo dalla considerazione che se esiste perfino un orfanotrofio per elefanti, allora troppi ne sono morti in natura lasciando privi di cure i piccoli, vi potrei raccontare di come le popolazioni di Elephas maximus maximus, la sottospecie nativa dello Sri Lanka, siano precipitate del 65 % in un secolo, di come molti finiscano tutt'oggi vittima del conflitto con l'uomo, o in mezzo ai conflitti dell'uomo, camminando sulle mine che ricordano la trentennale guerra civile che ha dissanguato il paese fino al 2009.

Ma io non farò nessuna delle due cose: nè la visione idilliaca nè quella disfattista, perlomeno non da sole, racconterebbero davvero la storia del rapporto tra uomini ed elefanti di questa bellissima nazione, "la perla dell'Oceano Indiano".

Giovane elefante che ha perso parte della zampa anteriore destra a causa di una mina (Fonte)

Thursday, February 11, 2016

Sepik: il fiume dove coccodrilli e uomini sono una cosa sola

Il fiume Sepik nel suo tratto finale (Fonte)
Il  fiume Sepik, che nasce dalle impervie montagne del cuore della Nuova Guinea e si distende verso le pianure del nord zigzagando nella foresta pluviale, è uno degli ultimi fiumi al mondo quasi completamente incontaminati dall'impatto umano.

Al suo valore ambientale, il bacino di questo corso d'acqua, il secondo per lunghezza della Papua Nuova Guinea dopo il Fly, unisce un grande valore culturale, conservato dagli indigeni che abitano sulle sponde del fiume in piccoli villaggi soffocati dalla vegetazione, quasi ognuno con una sua lingua distinta e sue peculiarità.

Il bacino del Sepik
Per chi vive qui, una delle presenze più costanti ed influenti non può che essere quella del coccodrillo: nella zona della foce abita il coccodrillo marino, lo stesso che infesta le coste del nord dell'Australia, mentre lungo il corso del fiume abita il più piccolo, ma neanche di tanto, coccodrillo della Nuova Guinea.
Al naturale timore di fronte ad un essere di tale forza e pericolosità, gli indigeni uniscono anche un'ammirazione ed un rispetto che rappresenta uno dei tratti culturali più interessanti, poichè esso si traduce non solo in culto, ma talvolta in emulazione, nell'arte e perfino nel fisico, del mitico rettile.

Thursday, February 4, 2016

Baobab: un albero dalle molte leggende che deve rimanere reale

Dite acero e mi verrà in mente il Canada; dite bonsai e vi dirò Giappone; se direte sequoia penserò alle Montagne Rocciose e se invece opterete per eucalipto vi risponderò Australia, dove questi alberi sono il cibo dei koala.
Se invece volete che vi parli del Madagascar, che è un'isola talmente unica da non essere paragonabile quasi in nulla ad altri luoghi che conosco, non dovrete che dire "baobab".

Tramonto spettacolare in Madagascar (Fonte)
Ricordo di aver scoperto questo simbolo del Madagascar, nato proprio qui e poi diffusosi nel resto dell'Africa, giocando alla playstation, quando nel videogioco "Madagascar", ispirato all'omonimo film, dovevo far correre e saltare i personaggi da un ramo all'altro dell'enorme albero, fuggendo dai temibili carnivori di quest'isola, i fossa, altro argomento che su Rive avrà sicuramente modo di essere approfondito.

Oggi vorrei parlare di alcune leggende che circolano sui baobab e di un luogo dove la magnificenza di questa pianta, anch'essa difficilmente accostabile ai suoi simili, come il Madagascar stesso, permane ancora nonostante la pressione ecologica fortissima che l'isola subisce da alcuni decenni a questa parte.

Sunday, January 24, 2016

Le foreste di Laurisilva dell'Atlantico: dove la Preistoria incontra il mondo di oggi

Le notizie dei telegiornali e delle riviste denunciano spesso la deforestazione che colpisce alcuni dei paradisi della biodiversità del nostro pianeta. Ma a volte la scomparsa di interi ecosistemi segue il corso, in apparenza spietato, del mutare naturale del clima: è il caso delle sterminate foreste del Pliocene, l'epoca che vide, fra gli altri famosi animali, la tigre dei denti a sciabola e il gigantesco Megalodon. Queste foreste scomparvero quando il clima divenne più secco e freddo, ed oggi gli ultimi reperti di questa "Preistoria" naturalistica rimangono in poche aree del Mediterraneo e alcune isole dell'Atlantico: si chiamano Laurisilva e quella di Madeira è un Patrimonio dell'Umanità.

La nebbia sopra la foresta (Fonte)

Friday, January 22, 2016

Solentiname, Nicaragua: piccole isole con una grande storia

Isole Solentiname (Fonte)
Una descrizione idealizzata delle Isole Solentiname, in Nicaragua, suonerebbe più o meno così:

Esiste un arcipelago pressochè intatto di isole tropicali, il cui splendido verde si specchia sulle acque azzurre di un antico lago dell'America Centrale, uno dei luoghi più ricchi di storia e biodiversità della Terra. E qui, all'alba come al tramonto, vediamo il sole salire e poi scomparire dalle rive del lago, illuminando nel frattempo la vita delle poche anime di questo luogo: contadini e pescatori che fanno anche i pittori e gli scultori, religiosi eppure seguaci di una setta scomunicata dal Vaticano stesso, abitanti di un arcipelago così piccolo e appartato e, tuttavia, al centro dei cambiamenti non solo del loro Nicaragua, ma di tutto il Centroamerica. 


L'attracco a San Fernando (Fonte)
Per quanto le descrizioni idealizzate non funzionino quasi mai, per le Solentiname quanto scritto sopra è perfettamente adatto: le isole dell'ospitalità, da questo deriva il loro nome, sono proprio così.

Saturday, January 16, 2016

La natura di Singapore

Vista della città (Fonte)
Sembra difficile che in uno stato come Singapore, che accoglie 5 milioni e mezzo di abitanti in una superficie di 719 kmq (ovvero più del doppio di Roma in metà dello spazio della capitale italiana) possano esistere aree verdi e località dove la natura può ancora sopravvivere nella sua originale ricchezza tropicale.

La bellezza naturalistica che ancora sopravvive nei pressi e tra le vie della Lion City è la conseguenza di una politica di rinverdimento degli spazi e di gestione attenta del territorio iniziata nel 1963 e di bonifiche che hanno utilizzato terra di colline e fondali marini per aumentare la superficie dell'isola principale.

Thursday, April 16, 2015

Rennell: alla scoperta della perla delle Isole Salomone

Non sono pochi i motivi per considerare l'Isola di Rennell come una delle perle più autentiche e meritevoli di una visita -e di protezione- nell'Oceania e nel mondo.
La parte orientale dell'isola, che contiene il più grande lago dell'Oceania insulare, il lago Te Gano, è diventata Patrimonio dell'umanità UNESCO nel 1998 ed è uno dei luoghi più incontaminati in assoluto dell'Oceano Pacifico.

Il Lago Te Gano, Isola di Rennell
Rennell, situata a sud dell'arcipelago delle Isole Salomone, 2000 km a nord-est dell'Australia, è il secondo atollo corallino rialzato del mondo per superficie.

L'isola è stata sollevata di recente (parliamo ovviamente di tempi geologici) dai movimenti tettonici che caratterizzano le instabili isole del Pacifico, generate nel tempo proprio da eruzioni e ripetuti terremoti, e dopo il sollevamento sono lentamente cresciute, nelle acque basse vicine alla nuova isola, le formazioni coralline.

Oggi, le ripide scogliere che delimitano in alcuni punti il lago Te Nggano sono proprio i rimasugli di quei coralli originari, "architetti" e "carpentieri" di tutte le isole come questa, mentre nelle acque basse che circondano Rennell vivono nuove barriere coralline che testimoniano l'instancabile ciclo di nascita e morte che domina la natura e ci dona spettacoli come questa isola.

Il lago, principale attrazione di Rennell, è lungo 29 km e largo 10, e occupa il 17 % della superificie totale dell'isola. Le rocce che segnano lo stretto confine tra il lago e il mare permettono il passaggio di acqua e lo rendono leggermente salato.
Le sue coste ospitano 4 villaggi che considerano il lago una proprietà comune.

Te Nggano al tramonto
Nel complesso, gli abitanti dell'isola, che hanno origine Polinesiana pur vivendo in un arcipelago Melanesiano, sono molti pochi (circa 2200), a causa della poca acqua dolce e dei pochi suoli coltivabili, e questo favorisce sicuramente la conservazione dello splendido ambiente di Rennell.

Granchio del cocco,
capace di aprire le noci
di cocco con le chele
Le foreste dell'isola ospitano infatti 43 specie di uccelli, di cui 4 endemiche e 9 sottospecie endemiche, 11 spece di pipistrelli, 13 di rettili, 731 insetti più moltissime piante, di cui 230 utilizzate dai locali per i più svariati scopi medicinali. Si tratta di una grande ricchezza per un'isola con un suolo così povero e la cui storia è relativamente recente.

Nonostante sia priva di risorse al di là di quelle naturalistiche, Rennell, come moltissime altre località del Pacifico, è stata coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel gennaio del 1943, gli Stati Uniti attaccarono qui il Giappone, che riuscì a difendersi dall'assalto degli americani, i quali nel giro di un anno avrebbero comunque cacciato i nipponici dall'intero arcipelago delle Salomone.

Gli abitanti del luogo ricordano ancora questi avvenimenti. E a monito anche per le future generazioni rimangono nel fondo del lago di Te Nggano 9 aerei, affondati qui durante gli scontri più di settant'anni fa.

Alba su un'isoletta nel cuore di Te Nggano

Friday, March 20, 2015

Taongi, la piccola perla contesa del Pacifico occidentale

Taongi, o Bokaak, è un minuscolo atollo della Micronesia, una landa arsa dal sole dei tropici, accarezzata dalla brezza dell'oceano e casa per migliaia di uccelli e pesci che in questo paradiso immerso nel suo silenzio senza tempo sono gli unici abitanti stabili.

Taongi dal satellite, foto NASA
E altro non potrebbe essere, visto il clima secco dell'atollo, privo di fonti d'acqua dolce, boschi e terreno coltivabile, ma solo capace di far crescere sul proprio suolo pochi cespugli e basse piante, perfette per i nidi di una delle avifaune più ricche del Pacifico. Fino ad alcuni secoli fa, è probabile che i navigatori indigeni delle Isole Marshall venissero appositamente in questa landa sperduta per cacciare uccelli.

      
Sula Piedirossi tra la vegetazione
Tra tutti gli altri, a Taongi si possono incontrare le grandi fregate con le loro enormi sacche gulari rosse, pivieri, sterne e numerose sule. Si possono vedere questi uccelli librarsi contro l'azzurro brillante del cielo, cacciare pesci in mare o nella laguna dell'atollo o covare in mezzo ai rovi le uova, da cui nasceranno poi piccoli pulcini che un giorno seguiranno i voli dei loro genitori al di là dell'oceano.

  
Squalo grigio del reef
Grazie all'isolamento e alla mancanza di una popolazione umana stabile, anche la fauna marina è in ottima salute: oltre a tutte le specie di coralli e di piccoli pesci che abitano la barriera corallina di Taongi, ci sono anche diversi squali, tra i quali lo squalo pinna nera e lo squalo grigio dei reef.

La lontananza dalla terra non ha però salvato per sempre la tranquillità di Taongi: scoperto nel '500 da Antonio Salazar, l'atollo sarebbe passato indenne attraverso i vari cambi di amministrazione, finchè nella seconda guerra mondiale il Giappone non vi stabilì una postazione radio e un aereo, che avrebbero portato gli USA a effettuare brevi bombardamenti su Taongi durante le fasi finali del conflitto, con il Giappone in ritirata. Peraltro, nell'88, si propose di utilizzare la splendida laguna di questo paradiso come discarica per rifiuti solidi, progetto che fortunatamente non è andato in porto.

      
Il relitto della Kinsy O Maru,
peschereccio incagliato qui nel 1983
Questa piccola perla del Pacifico, per quanto possa sembrare difficile, è finito in balia di una contesa ormai decennale tra l'autorità del Governo delle Isole Marshall, che lo ha dichiarato riserva naturale e che su di esso esercita legittima giurisdizione, e due pseudo-stati: il regno di Enenkio, un movimento che reclama di possedere l'Atollo di Wake (appartenente in realtà agli USA) e Taongi, e che ha messo in vendita quest'ultimo per 40 milioni di dollari, pur non possedendo di fatto l'atollo.
Anche il "Dominion of Melchizedek", una nazione fantoccio creata online da truffatori americani negli anni '90 ha reclamato come proprio Taongi, ma sul piccolo atollo nessun uomo,  nè allora nè oggi, è mai venuto ad abitare o a rifugiarsi dalla giustizia.