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Friday, June 3, 2016

Curiosità del mese, giugno 2016: da dove viene il nome Bikini?

Che cosa lega una minuscola isola del Pacifico orientale, il cui nome significa "superficie ricoperta di noci di cocco", con il costume da bagno più diffuso e ammirato che esista?

Una bomba. Anzi, molte bombe: quelle nucleari sganciate dal 1946 in poi dal governo degli Stati Uniti per testare come l'ambiente delle isole e le navi vicine venissero danneggiati, e potessero eventualmente recuperare, dalla detonazione di ordigni più potenti di quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Detonazione nucleare Baker
I test nucleari furono anticipati dall'evacuazione degli abitanti nativi di Bikini, ai quali fu promesso di poter tornare. Invece, nessuno di loro potè farlo stabilmente: alcuni morirono di fame dopo essere stati rilocalizzati sulla minuscola isola di Kili, altri si trasferirono in atolli vicini, altri negli Stati Uniti.

Quattro giorni dopo il primo test nucleare, Louis Reard, stilista francese, lanciò l'oggi famoso -e al tempo iper-provocante- costume da bagno: lo chiamò Bikini, come l'atollo, perchè sperava la sua invenzione potesse rivelarsi altrettanto esplosiva sul mercato.

E così fu.

Bikini, Repubblica delle Marshall, dal satellite: in alto a sinistra, l'improvvisa rientranza blu lungo la laguna dell'atollo è il cratere lasciato da una delle detonazioni

Tuesday, May 31, 2016

Wake, dove paradiso e inferno si intrecciano (ma l'inferno vince...)

Così piccolo, eppure così grande: Wake, come buona parte degli atolli del mondo, si può esplorare tutto in poche decine di minuti, e la sua siderale distanza dalle altre isole e continenti non può che amplificare il senso di "nulla" che si prova camminando in questo granello di sabbia bianca desolato, come se anche le più umili piante declinassero gentilmente l'invito a crescere qui.

Ma nella storia moderna dell'uomo, questo posto si è ritagliato un ruolo onorevole considerate le sue dimensioni: e quindi, a suo modo, Wake è anche grande. Come non definire grande un luogo che include in sè, infatti, sia il paradiso che l'inferno? II paradiso, quello delle acque cristalline e del primordiale e immacolato silenzio che si può godere nelle sue spiagge soleggiate, e l'inferno, quello dove le stesse acque diventano rosso come il sangue dei soldati e il silenzio viene bombardato dai suoni di una guerra che proprio qui conobbe una delle battaglie più violente, e degne di essere raccontate, del secolo scorso.

Benvenuti a Wake insomma, che vi piaccia o no essere qui.

Paesaggio di Wake (Fonte)

Sunday, April 24, 2016

La grande storia del surf tra sesso, magia e cultura Hawaiiana

                                              "Fuori dall'acqua io non sono nulla."
                                                         (Duke Kahanamoku)

Quella del surf è una storia che nasce con la congiunzione dell'uomo ai suoi istinti naturali, dal sesso ad un'unione quasi Divina con l'oceano: una capacità di collegarci alla semplicità del nostro essere che nel tempo è stata tradotta in una storia di libertà e divieti, nella vita di una cultura, quella Hawaiiana, dimenticata e solo in parte riscoperta, ma che oggi ci ha lasciato in eredità uno degli sport più popolari del mondo.

Origine e significato del surf
L'arte (perché di arte si tratta) di cavalcare le onde si è probabilmente sviluppata in Polinesia molti secoli fa, quando l'Europa nemmeno conosceva l'Oceano Pacifico, e viceversa. Di preciso, non è chiaro se la patria del surf siano le Isole Samoa, le Tonga o la Polinesia Francese, o forse perfino le isole Indonesiane. Di sicuro, gli indigeni che dalla Polinesia raggiunsero le Hawaii furono i fondatori del surf vero e proprio, quello che assunse un'aura di sacralità quasi fosse una religione e che tanto stupì -ed indignò- gli europei guidati da James Cook che approdarono alle Hawaii nel 1778.

Illustrazione degli indigeni di Hawaii (Fonte)

Thursday, February 11, 2016

Sepik: il fiume dove coccodrilli e uomini sono una cosa sola

Il fiume Sepik nel suo tratto finale (Fonte)
Il  fiume Sepik, che nasce dalle impervie montagne del cuore della Nuova Guinea e si distende verso le pianure del nord zigzagando nella foresta pluviale, è uno degli ultimi fiumi al mondo quasi completamente incontaminati dall'impatto umano.

Al suo valore ambientale, il bacino di questo corso d'acqua, il secondo per lunghezza della Papua Nuova Guinea dopo il Fly, unisce un grande valore culturale, conservato dagli indigeni che abitano sulle sponde del fiume in piccoli villaggi soffocati dalla vegetazione, quasi ognuno con una sua lingua distinta e sue peculiarità.

Il bacino del Sepik
Per chi vive qui, una delle presenze più costanti ed influenti non può che essere quella del coccodrillo: nella zona della foce abita il coccodrillo marino, lo stesso che infesta le coste del nord dell'Australia, mentre lungo il corso del fiume abita il più piccolo, ma neanche di tanto, coccodrillo della Nuova Guinea.
Al naturale timore di fronte ad un essere di tale forza e pericolosità, gli indigeni uniscono anche un'ammirazione ed un rispetto che rappresenta uno dei tratti culturali più interessanti, poichè esso si traduce non solo in culto, ma talvolta in emulazione, nell'arte e perfino nel fisico, del mitico rettile.

Tuesday, April 28, 2015

Robert Louis Stevenson, anima in viaggio nei Mari del Sud

L'esperienza unica del viaggio non è solo conoscere, sperimentare, rilassarsi ed esplorare. Il viaggio, per i grandi artisti, è anche uno stimolo per una rinnovata creatività.
Lo abbiamo visto per Gauguin, il pittore francese che visse i suoi anni di maggior produttività e maturità fra Tahiti e Hiva Oa, in Polinesia Francese, e oggi lo vediamo anche per uno scrittore, uno dei più grandi dell'800. Si tratta di Robert Louis Stevenson, lo scozzese autore de "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr.Hyde". La sua vita, e alcuni suoi romanzi, furono profondamente segnati dal viaggio di 3 anni che intraprese nel 1886, al termine del quale si sarebbe costruito una casa a Vailima, nelle magnifiche Samoa.

La casa di Stevenson a Vailima. Lo scrittore è sul portico

Stevenson decise di partire nel 1886 da Los Angeles assieme alla sua famiglia a bordo del Casco, una goletta di 30 metri, sperando che il viaggio avrebbe aiutato la sua salute da sempre instabile.
Solcare le acque del Pacifico del Sud non fece solo questo per lui: approdato inizialmente in Polinesia Francese, nelle isole Marchesi, Tuamotu e infine Tahiti, affermò entusiasta nel suo diario di viaggio che "La prima esperienza qui non può mai essere ripetuta: il primo amore, la prima alba, la prima Isola dei Mari del Sud, sono memorie a parte che toccano la verginità dei sensi".

Dopo aver fatto tappa anche in Nuova Zelanda, alle Kiribati e alle Hawaii, Stevenson giunse infine nell'arcipelago delle Samoa, precisamente isola di Upolu, nel 1888.
Qui decise di comprarsi un appezzamento nell'entroterra e di costruirvi una casa.

La comunità Samoana si riunisce per festeggiare il compleanno dello scrittore

 In poco tempo, Stevenson divenne popolare tra gli indigeni di Samoa. Egli criticava aspramente l'influenza dei missionari nella società, come anche l'intervento politico dell'Occidente nelle faccende locali, che fra gli altri eventi causò anche una guerra civile nelle isola dal 1888 al 1894.
La sua attività letteraria continuò e la sua produzione conobbe nuova maturazione -l'autore ispirò alla sua vita nei Mari del Sud almeno altri 4 romanzi- e per le sue doti venne chiamato dai Samoani tusitala, ovvero "cantastorie".

La salute di Stevenson, soprattutto negli ultimi anni della sua breve vita, tornò tuttavia a peggiorare, e il 3 dicembre 1894 morì di fronte agli occhi della propria moglie, a causa di un'emorragia cerebrale.
Come da sua richiesta, la sua tomba fu collocata sulla cima del Monte Vaea, da dove è possibile vedere la sconfinata distesa blu dell'Oceano Pacifico, dove Stevenson trascorse i tre anni più belli della sua vita e dove voleva che la sua anima potesse viaggiare, per sempre.

La tomba di Stevenson sul Monte Vaea (FONTE)
Sulla sua tomba volle che fosse inciso il suo Requiem:

Under the wide and starry sky,
Dig the grave and let me lie.
Glad did I live and gladly die,
And I laid me down with a will.
This be the verse you grave for me:
Here he lies where he longed to be;
Home is the sailor, home from sea,
And the hunter home from the hill.

(Sotto il vasto cielo stellare
scavate una fossa e fatemi posare:
Contento ho vissuto e contento muoio
e con piacere mi poso quaggiù.
Siano queste le parole da incidere per me:
«Qui egli giace dove più largamente visse
Il marinaio è a casa sua, a casa presso il mare,
e il cacciatore sta bene sulla collina)

Thursday, April 16, 2015

Rennell: alla scoperta della perla delle Isole Salomone

Non sono pochi i motivi per considerare l'Isola di Rennell come una delle perle più autentiche e meritevoli di una visita -e di protezione- nell'Oceania e nel mondo.
La parte orientale dell'isola, che contiene il più grande lago dell'Oceania insulare, il lago Te Gano, è diventata Patrimonio dell'umanità UNESCO nel 1998 ed è uno dei luoghi più incontaminati in assoluto dell'Oceano Pacifico.

Il Lago Te Gano, Isola di Rennell
Rennell, situata a sud dell'arcipelago delle Isole Salomone, 2000 km a nord-est dell'Australia, è il secondo atollo corallino rialzato del mondo per superficie.

L'isola è stata sollevata di recente (parliamo ovviamente di tempi geologici) dai movimenti tettonici che caratterizzano le instabili isole del Pacifico, generate nel tempo proprio da eruzioni e ripetuti terremoti, e dopo il sollevamento sono lentamente cresciute, nelle acque basse vicine alla nuova isola, le formazioni coralline.

Oggi, le ripide scogliere che delimitano in alcuni punti il lago Te Nggano sono proprio i rimasugli di quei coralli originari, "architetti" e "carpentieri" di tutte le isole come questa, mentre nelle acque basse che circondano Rennell vivono nuove barriere coralline che testimoniano l'instancabile ciclo di nascita e morte che domina la natura e ci dona spettacoli come questa isola.

Il lago, principale attrazione di Rennell, è lungo 29 km e largo 10, e occupa il 17 % della superificie totale dell'isola. Le rocce che segnano lo stretto confine tra il lago e il mare permettono il passaggio di acqua e lo rendono leggermente salato.
Le sue coste ospitano 4 villaggi che considerano il lago una proprietà comune.

Te Nggano al tramonto
Nel complesso, gli abitanti dell'isola, che hanno origine Polinesiana pur vivendo in un arcipelago Melanesiano, sono molti pochi (circa 2200), a causa della poca acqua dolce e dei pochi suoli coltivabili, e questo favorisce sicuramente la conservazione dello splendido ambiente di Rennell.

Granchio del cocco,
capace di aprire le noci
di cocco con le chele
Le foreste dell'isola ospitano infatti 43 specie di uccelli, di cui 4 endemiche e 9 sottospecie endemiche, 11 spece di pipistrelli, 13 di rettili, 731 insetti più moltissime piante, di cui 230 utilizzate dai locali per i più svariati scopi medicinali. Si tratta di una grande ricchezza per un'isola con un suolo così povero e la cui storia è relativamente recente.

Nonostante sia priva di risorse al di là di quelle naturalistiche, Rennell, come moltissime altre località del Pacifico, è stata coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel gennaio del 1943, gli Stati Uniti attaccarono qui il Giappone, che riuscì a difendersi dall'assalto degli americani, i quali nel giro di un anno avrebbero comunque cacciato i nipponici dall'intero arcipelago delle Salomone.

Gli abitanti del luogo ricordano ancora questi avvenimenti. E a monito anche per le future generazioni rimangono nel fondo del lago di Te Nggano 9 aerei, affondati qui durante gli scontri più di settant'anni fa.

Alba su un'isoletta nel cuore di Te Nggano

Wednesday, April 8, 2015

Gauguin in Polinesia: un artista alla ricerca della vera bellezza in Oceania

Una lunga avventura alla ricerca della natura incontaminata e della semplicità, un viaggio indietro in un'epoca ormai persa nell'oceano del tempo, per immortalare la vita, quella autentica, nell'arte.
Forse è questo il modo migliore in cui definire l'esperienza di Paul Gauguin in Polinesia, prima a Tahiti e poi a Hiva Oa, dove il pittore trascorse più di un decennio della sua vita e dove trovò ispirazione per i suoi quadri migliori.

   
"Fatata Te Miti", 1892
Paul Gauguin, uno dei più influenti pittori francesi della storia, approdò per la prima volta in Polinesia, a Tahiti, nel 1890, per allontanarsi da tutto ciò di "artificiale e convenzionale".
Tuttavia Tahiti, la principale tra le Isole della Società, uno dei 4 arcipelaghi della Polinesia Francese, lo deluse: considerandola troppo europeizzata, il pittore la abbandonò per tornare in patria, dove per l'ennesima volta fallì nel tentativo di emergere come artista.

Decise quindi di tornare nuovamente a Tahiti, stabilendosi questa volta in una piccola tenuta poco fuori dalla capitale Papeete, dove avrebbe potuto dipingere (e, da quegli anni, anche scolpire) in pace. A questi anni risale forse il suo dipinto di maggior importanza, cioè "Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?", ultimato nel 1897: da leggersi da destra verso sinistra, seguendo quindi immagini di nascita, vita e morte, esso è ricco di significati non solo a livello religioso ma anche esistenziale più in generale.


Nel 1900, Gauguin si trasferì nuovamente, rimanendo tuttavia all'interno della Polinesia Francese: abbandonò Tahiti, la cui "occidentalizzazione" gli aveva impedito di trovare quella naturalezza e quella semplicità primordiali che ormai la colonizzazione francese aveva cancellato, facendo rotta verso Hiva Oa, Isole Marchesi.
Qui la situazione non era tuttavia radicalmente diversa: l'isola, come da prevedersi, era controllata politicamente dai Francesi e culturalmente dai missionari cattolici, che avevano il monopolio dell'istruzione.
Gauguin fu inizialmente diplomatico e riuscì a inserirsi bene in questo contesto. Si costruì una casa, che sopravvisse al violento uragano che colpì le isole a inizio secolo, e la decorò internamente con una collezione di 45 fotografie a sfondo pornografico.

I Raro Te Oviri (Sotto il Pandano), 1891
Nel giro di poco tempo, la sua opposizione alla politica razzista del governo francese, il suo incoraggiare gli studenti dei missionari ad abbandonare la scuola per "liberarsi" dalla cultura europea  e i figli che ebbe al di fuori del matrimonio con una donna locale lo misero in contrasto con le autorità religiose e politiche locali, tanto che Gauguin fu incarcerato nel 1902.
Morì lo stesso anno, dopo un lento declino nella sua salute iniziato già dalla fine del secolo precedente, a causa della sifilide.

A Gauguin sono dedicati un museo a Tahiti e un centro culturale ad Atuona, la cittadina di Hiva Oa che lui era solito frequentare.

Manao Tupapau
(Lo spirito del morto che osserva), 1892
Nel complesso, la vita di questo artista, nelle sue opere e nelle sue azioni, è stata una continua ricerca di un luogo puro, semplice e immerso nella natura, che si potesse rappresentare con un'arte altrettanto semplice ed essenziale.
La Polinesia, luogo che rappresentava, perlomeno secondo i miti che correvano in Europa, la vita originaria degli uomini liberi e disinibiti dell'Eden, riuscì ad accontentare le ambizioni del pittore solo in parte, ma quel lato ancora esotico, affascinante e incontaminato di essa, sebbene non fosse più predominante, fu comunque di ispirazione per uno degli artisti più significativi dell'800.

Friday, March 27, 2015

Polinesia: il mito delle isole del sesso e dell'amore

"I Tahitiani non hanno altro dio che l'Amore, ogni giorno è consacrato ad esso, l'isola intera è il suo tempio, le donne i suoi idoli e gli uomini i suoi adoratori."
                                            (Philibert Commerson)

Le tre isole più famose della Polinesia Francese, Tahiti, Bora Bora e Moorea, sono spesso chiamate dai tour operators "le isole dell'amore". Questo soprannome è vecchio di secoli e risale ai primi incontri tra gli europei e gli abitanti della Polinesia, nel 1700. Ma l'amore a cui si riferiscono le agenzie di viaggi di quest'epoca, quello di chi va a Tahiti per trascorrere la luna di miele, non è esattamente la versione che intendevano i marinai che arrivavano in queste isole.

La citazione che ha iniziato questo articolo appartiene a un naturalista francese che visitò Tahiti durante il suo giro del mondo tra il 1766 e il 1769, descrivendo i costumi dei Polinesiani, e notando, come gli indigeni fossero disinibiti rispetto ai canoni europei, come le donne si concedessero facilmente (ai mariti ma anche agli amici dei mariti) e come l'"amore libero", il sesso praticato in pubblico per puro piacere, fosse diffuso e accettato in quel paradiso tropicale privo di qualsiasi condizionamento della cultura europea.

Nativi Tahitiani, XVIII secolo
Lo stesso stupore lo avevano provato prima di lui, e l'avrebbero provato in seguito, le migliaia di altri europei, avventurieri, navigatori, balenieri, marinai e, chiaramente, anche missionari, che visitarono la Polinesia.
Dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri di oceano, affrontando intemperie, freddo, malattie e mancanza di donne, per i marinai trovare un luogo caldo dove sinuose donne dalla nuda pelle bruna salivano nelle loro navi concedendosi spontaneamente, doveva rappresentare il ritorno all'Eden primordiale.

Gli europei notarono anche un'altra particolarità della cultura polinesiana: la presenza di mahu, ovvero di maschi cresciuti come femmine dalle loro rispettive famiglie. Questo accadeva soprattutto per il primo figlio maschio di ogni famiglia che, cresciuto secondo i canoni della femminilità, avrebbe dovuto riunire in sè tutte le qualità maschili e femminili. La tradizione del mahu, diffusa (sebbene molto meno) anche ora, colpì all'epoca la gente del Vecchio Continente tanto quanto il sesso libero, e da lì il passo per far nascere il mito di Tahiti come l'isola dell'amore e del sesso era breve.

Tahitiani fotografati a fine '900 in una missione protestante











Oggi, però, questo mito non è più vivo, almeno nelle sue forme originali.
Il 5 marzo 1797, missionari inglesi sbarcarono a Tahiti e diedero inizio a un veloce processo di cristianizzazione protestante degli indigeni. Dopo la conversione del monarca, la gente abbandonò presto i propri culti pagani e abbracciò la nuova religione.
I missionari imposero di rinunciare al sesso libero, alla nudità, alle altre tradizioni nel campo del sesso e, in compenso, diedero in cambio nel corso dell'800 Sacre Bibbie e alcool.

Paul Theroux, scrittore americano che negli anni '90 visitò Tahiti, notò come, paradossalmente, nell'isola fosse più facile vedere nude le turiste francesi, provenienti da una nazione che un tempo si scandalizzava per la nudità, che le Tahitiane, per le quali 200 anni fa la nudità era la norma.

Tutto ciò che oggi rimane del mito delle isole del sesso e dell'amore sono i depliant dei tour operators per coppie in luna di miele e, purtroppo, la forma di turismo più perversa, ben diversa dal mito dell'amore dei marinai del 1700: il turismo sessuale.

Friday, March 20, 2015

Taongi, la piccola perla contesa del Pacifico occidentale

Taongi, o Bokaak, è un minuscolo atollo della Micronesia, una landa arsa dal sole dei tropici, accarezzata dalla brezza dell'oceano e casa per migliaia di uccelli e pesci che in questo paradiso immerso nel suo silenzio senza tempo sono gli unici abitanti stabili.

Taongi dal satellite, foto NASA
E altro non potrebbe essere, visto il clima secco dell'atollo, privo di fonti d'acqua dolce, boschi e terreno coltivabile, ma solo capace di far crescere sul proprio suolo pochi cespugli e basse piante, perfette per i nidi di una delle avifaune più ricche del Pacifico. Fino ad alcuni secoli fa, è probabile che i navigatori indigeni delle Isole Marshall venissero appositamente in questa landa sperduta per cacciare uccelli.

      
Sula Piedirossi tra la vegetazione
Tra tutti gli altri, a Taongi si possono incontrare le grandi fregate con le loro enormi sacche gulari rosse, pivieri, sterne e numerose sule. Si possono vedere questi uccelli librarsi contro l'azzurro brillante del cielo, cacciare pesci in mare o nella laguna dell'atollo o covare in mezzo ai rovi le uova, da cui nasceranno poi piccoli pulcini che un giorno seguiranno i voli dei loro genitori al di là dell'oceano.

  
Squalo grigio del reef
Grazie all'isolamento e alla mancanza di una popolazione umana stabile, anche la fauna marina è in ottima salute: oltre a tutte le specie di coralli e di piccoli pesci che abitano la barriera corallina di Taongi, ci sono anche diversi squali, tra i quali lo squalo pinna nera e lo squalo grigio dei reef.

La lontananza dalla terra non ha però salvato per sempre la tranquillità di Taongi: scoperto nel '500 da Antonio Salazar, l'atollo sarebbe passato indenne attraverso i vari cambi di amministrazione, finchè nella seconda guerra mondiale il Giappone non vi stabilì una postazione radio e un aereo, che avrebbero portato gli USA a effettuare brevi bombardamenti su Taongi durante le fasi finali del conflitto, con il Giappone in ritirata. Peraltro, nell'88, si propose di utilizzare la splendida laguna di questo paradiso come discarica per rifiuti solidi, progetto che fortunatamente non è andato in porto.

      
Il relitto della Kinsy O Maru,
peschereccio incagliato qui nel 1983
Questa piccola perla del Pacifico, per quanto possa sembrare difficile, è finito in balia di una contesa ormai decennale tra l'autorità del Governo delle Isole Marshall, che lo ha dichiarato riserva naturale e che su di esso esercita legittima giurisdizione, e due pseudo-stati: il regno di Enenkio, un movimento che reclama di possedere l'Atollo di Wake (appartenente in realtà agli USA) e Taongi, e che ha messo in vendita quest'ultimo per 40 milioni di dollari, pur non possedendo di fatto l'atollo.
Anche il "Dominion of Melchizedek", una nazione fantoccio creata online da truffatori americani negli anni '90 ha reclamato come proprio Taongi, ma sul piccolo atollo nessun uomo,  nè allora nè oggi, è mai venuto ad abitare o a rifugiarsi dalla giustizia.

Wednesday, March 11, 2015

Roi Mata: la vita e la morte del più grande re delle Vanuatu

Il "Giulio Cesare" delle Isole Vanuatu, Roi Mata è stato uno dei capi e dei condottieri più celebrati e temuti dell'Oceania. Numerose leggende dell'arcipelago narrano della sua forza, della pace di cui la gente godeva sotto il suo comando e di vari aneddoti riguardo la sua vita, compreso quello sulla sua misteriosa fine.

L'entrata della grotta di Fels, Isola di Lelepa, dove morì Roi Mata 
Come spesso accade per le grandi figure della storia, spesso è difficile comprendere fino a che punto ciò che viene raccontato sia veritiero, specialmente quando la storia, come a Vanuatu, è stata tramandata oralmente per secoli.

                                         La scoperta


Del capo dei capi Roi Mata l'esistenza stessa non è stata confermata se non nel 1967, quando l'archeologo Josè Garanger guidò uno scavo nell'Isola di Artok, rinvenendo una cinquantina di scheletri e confermando le leggende che lo volevano sepolto lì con la sua famiglia.
La data della scoperta, 1967, distava circa sette secoli dall'anno in cui morì Roi Mata secondo le leggende locali: il tutto è curioso se si pensa che, dopo la sua morte, era stato proclamato dagli indigeni un taboo lungo proprio 700 anni, ovvero il divieto assoluto di toccare il suolo dell'Isola di Artok in rispetto alla fama del grande re.

Appena trascorsi i 700 anni, l'archeologia avrebbe riportato alla luce i resti di una delle figure più influenti della storia di Vanuatu, la cui storia ha portato l'UNESCO, nel 2008, a dichiare patrimoni dell'umanità la tomba di Roi Mata e la grotta di Fels, una cavità nel tufo vulcanico profonda 47 m dove egli morì.

Il presunto scheletro di Roi Mata
                                               La vita del re
Si dice che Roi Mata potesse controllare la quantità di pioggia sui campi e l'abbondanza di pesce lungo le coste. Questa è probabilmente una leggenda che la memoria orale degli abitanti di Vanuatu ci ha consegnato.

Si dice però anche che, dotato di grande carisma e magnetismo, Roi Mata fosse riuscito per primo a riunire le numerose e aggressive tribù cannibali delle Vanuatu di 800 anni fa, stabilendo una pace duratura, aumentando il potere delle donne, diminuendo il numero di duelli fra clan e unificando sotto il suo potere diverse isole. Questa, invece, è probabilmente una storia realmente accaduta. E come tutti i grandi e carismatici capi della storia, anche lui ha un posto di riguardo nella storia del suo paese.

Il rituale della pace, oggi rappresentato dagli indigeni per i turisti, fu in origine una festa creata da Roi Mata per cementificare l'unione tra i villaggi
                                                   La morte 
A sollevare molti interrogativi non è tuttavia solo la vita del grande re, ma anche e soprattutto la sua morte.
Le leggende dicono tutte che Roi Mata morì dopo aver mangiato. Sulla causa, però, non c'è accordo univoco: alcune dicono che egli morì dopo essere stato avvelenato dal fratello, geloso del suo potere, e altre che morì a seguito di un'indigestione.

Rappresentazione
di Roi Mata, grotta
di Fels
Qualunque fosse la causa, Roi Mata morì nella grotta di Fels, nell'Isola di Lelepa (appena al largo dell'isola maggiore Efatè) e poi da lì, secondo i racconti, fu portato ad Artok, il luogo dove fu sepolto, attraverso le caverne sotterranee di Tukutuku. L'esistenza di queste caverne è stata effettivamente verificata, ma non si è trovato il passaggio sottomarino che connetteva l'isola di Lelepa con l'isola di Artok.

Presso Artok il grande re fu sepolto assieme ad una cinquantina di altri individui, i quali si erano sacrificati, volenti o nolenti, per poterlo accompagnare nell'aldilà. Tra di essi c'era almeno una delle sue dieci mogli e vari individui anziani, ammalati, orfani, o presunte streghe: tutti "scomodi" alla società e quindi epurati volentieri, tramite avvelenamento, strangolamento o sepoltura da vivi.

Infine, fu dichiarato il tabù e l'inviolabilità dell'isola (fanua tapu): secondo gli indigeni, sulla tomba di Roi Mata non sarebbe ricresciuta la rigogliosa vegetazione che ricopriva il resto di Artok, e infatti, quando nel 1967 Garanger esplorò l'isola, scoprì il sito della sepoltura proprio al di sotto di una radura completamente spoglia nel mezzo della foresta tropicale.
La mancanza di presenza umana, anche di semplici navigatori indigeni che osassero approdare per dormire o rifugiarsi da una tempesta, ha reso Artok un paradiso per la sua flora e la sua fauna.
Un magnifico giardino naturalistico degno di ospitare la salma del più grande re di Vanuatu.

L'isola di Artok

Thursday, March 5, 2015

Canoe, coraggio e costellazioni: l'arte della navigazione nel Pacifico

Abbandonare la terraferma e affrontare il mare è uno dei gesti più frequenti che vengano compiuti ogni giorno sulla Terra. Centinaia di milioni di pescatori e navigatori lo fanno oggi, e altrettanti prima di loro l'hanno fatto dalla notte dei tempi: eppure, dietro un gesto così comune nelle società umane, si nascondono quel coraggio di affrontare l'ignoto e quello stesso spirito di esplorazione che hanno garantito al genere umano il suo progresso e le sue scoperte negli ultimi milioni di anni.

E di questo coraggio, i popoli del Pacifico sono tra i più grandi ambasciatori: dotati solo di conoscenze tramandate oralmente e canoe artigianali, gli antichi Melanesiani, Micronesiani e Polinesiani hanno raggiunto quasi tutte le 30 000 isole del Pacifico, superando tempeste e sterminati chilometri di mare, raggiungendo forse l'America del Sud e l'Antartide (una leggenda Maori racconta che un certo Ui Te Rangiora, attorno al 700 d.C., guidò una canoa da guerra a Sud fino a un luogo dove il mare era ghiacciato) e scrivendo uno dei capitoli più incredibili nella storia dell'umanità.

Canoa Hawaiiana originale. Disegno di Herb Kawainui Kane
L'arte dell'andar per mare
I veri navigatori erano persone di grande influenza nelle antiche società del Sud Pacifico. Si riteneva che essi potessero controllare il mare e il tempo metereologico, che potessero curare gli uomini e che fossero in diretto contatto con gli dei. Navigare non era solo svago o necessità, era un'arte.
E come tutte le arti, non era casuale: i navigatori conoscevano bene le onde, i colori del cielo, i movimenti dei banchi di nuvole e ancor di più le costellazioni, e per orientarsi sfruttavano anche le migrazioni degli uccelli. Si è ipotizzato ad esempio che tenessero con loro durante i viaggi le Fregate, che li avrebbero aiutati a individuare la terra, o che seguissero le migrazioni del Piviere dorato del Pacifico per raggiungere le Hawaii da Tahiti, o le migrazioni di un cuculo, l'Urodynamis Taitensis, per raggiungere la Nuova Zelanda dalle Isole Cook.

Canoa con bilanciere
Canoe ordinarie per viaggiatori straordinari
Le canoe, unico mezzo materiale delle esplorazioni, sono uno dei capisaldi della cultura dei popoli del Pacifico. O forse, ne sono addirittura l'origine: chi può dire se la Polinesia che conosciamo oggi sarebbe nata lo stesso, se i navigatori dell'Asia non si fossero avventurati nell'oceano con le loro canoe?

La tipica canoa dei popoli dell'Oceania, nota come Va'a in Tahitiano e Samoano, Wa'a in Hawaiiano e Vaka nella lingua delle Isole Cook (il termine waka da cui sono discesi questi è di origine malese) è dotata di un bilanciere, un componente esterno allo scafo della barca che è collegato ad essa per aumentarne la stabilità. Anche questo, come il termine con cui la canoa è indicata, ha origine negli arcipelaghi dell'Indonesia, dove i popoli Austronesiani, da cui sono discesi tra gli altri Malesi, Aborigeni e Polinesiani, furono i primi a farne uso.

Tartaruga scolpita sulla canoa di Anaweka
Sono poche le testimonianze circa la costruzione originale delle canoe. Recentemente in Nuova Zelanda è stata rinvenuta la canoa denominata Anaweka, che si stima avere 3400 anni: per il resto, le moderne imbarcazioni in Oceania sono basate sugli appunti e sui disegni dei primi europei che visitarono l'Oceania, ma che giunsero quando la vena di coraggio e di esplorazione dei navigatori delle isole era in via di esaurimento.

Oggi le conoscenze tradizionali sulla navigazione, nonostante l'influenza del mondo moderno e la perdita di molte tradizioni, sono ancora vive, specialmente negli atolli più isolati o nelle nazioni che intraprendono programmi per salvare il proprio patrimonio culturale.
Negli ultimi decenni, la sapienza di navigatori leggendari come il Micronesiano Mai Piailug ha contribuito a salvare molte delle tradizionali tecniche di viaggio, e nuove imbarcazioni basate sulle canoe originali, come la Hokule'a e la Alingano Maisu, che ha attraversato senza alcuna strumentazione il Pacifico nel 2007, hanno mantenuto viva l'arte della navigazione, emblema delle culture del Pacifico.

Thursday, February 26, 2015

Come salvare i paradisi del mondo dai cambiamenti climatici

Come si possono salvare le isole dell'Oceania dai cambiamenti climatici?
C'è troppo fatalismo e disfattismo per quanto riguarda le condizioni che avrà l'ambiente del nostro pianeta nel futuro, specialmente quando si parla delle isole del Sud Pacifico. Questi posti appaiono troppo poveri e piccoli per contrastare i mutamenti globali del clima e le conseguenze di essi, come l'innalzamento del livello del mare che minaccia di sommergerli in pochi decenni.

Dopo aver spiegato gli effetti dei mutamenti e i pericoli che affrontano le isole dell'Oceania nel primo articolo, è quindi necessario spiegare quali possono essere le possibili soluzioni a questa situazione: come si può ancora mitigare la crisi ambientale e salvare la fauna, la flora e le culture dei paradisi tropicali, affetti dalla siccità, dalla morte dei loro coralli e da un livello del mare sempre più alto?

Seawall
Bambini giocano vicino a una seawall, Isole Kiribati

1) Barriere contro il mare
Anche dette seawalls in inglese, servono per prevenire le inondazioni a cui i piccoli atolli sono soggetti durante l'alta marea. Numerosissime barriere di pietre sono state costruite, tra gli altri posti, a Tarawa, atollo-capitale delle Isole Kiribati.
Le seawalls, per quanto solide e ben concepite, non possono comunque essere sufficienti a opporsi alle alte maree, specialmente se esse vengono rafforzate dalle tempeste tropicali. Non sono inoltre utili a salvare le barriere coralline, il pesce che serve alla gente per nutrirsi, nè per garantire acqua potabile.

Saturday, February 14, 2015

I paradisi del Pacifico in pericolo

Ogni mattina, noi ci svegliamo e vediamo che l'Oceano è lì, a circondare le nostre isole.
Ma ora l'oceano, influenzato dai cambiamenti climatici, è sempre più vicino. Se non faremo nulla, molte delle nostre isole rischiano di venire sommerse dall'innalzamento del livello del mare. 

(350pacific, organizzazzione giovanile che unisce le isole del Pacifico nella lotta contro la scomparsa delle loro nazioni)

Canoa lungo la riva della laguna dell'atollo di Funafuti, Isole Tuvalu

I cambiamenti climatici ci sono? E se sì, che danni provocano alle isole dell'Oceania?
Il mondo scientifico, anche se non all'unanimità, sostiene che il clima della Terra stia gradualmente mutando.
Bisogna precisare che i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti nel corso della storia terrestre, e che in certi frangenti il nostro pianeta era anche più caldo di quanto non lo sia ora, ma è chiaro che mai i mutamenti sono avvenuti ai ritmi registrati nell'ultimo secolo -e men che meno è normale che il tasso di estinzione delle specie animali sia tra 100 e 1000 volte superiore alla media degli altri periodi nella storia terrestre. Esiste dunque un contributo delle attività umane ai cambiamenti in atto.

Per l'Oceania, i cambiamenti climatici non sono solo una variabile che rende la vita più difficile alle persone, come per esempio potrebbe essere in Italia, dove ci si trova di fronte a più valanghe, frane o estati umide e piovose come quella del 2014: in Oceania, anche una piccola variazione del clima può essere questione di vita o di morte.
Nel caso delle isole del Pacifico, i cambiamenti climatici si concretizzano in quattro effetti: aumento del livello del mare, maggior violenza dei tifoni, acidificazione dell'acqua e drastica riduzione -o aumento- delle precipitazioni indispensabili per la vita delle isole.
La combinazione di questi fattori, che ha già peggiorato le condizioni della vita, può rendere le isole inabitabili nei prossimi 40-50 anni, costringendo all'esodo di intere popolazioni dalle proprie nazioni, allo sfratto forzato dalle proprie case di centinaia di migliaia di famiglie.

Fuggire e trasferirsi altrove può essere una soluzione solo provvisoria, oltre che sbagliata: se il problema del rapporto uomo-ambiente non si cura alla radice, quello che ora succede ora alle poco note ed insignificanti Kiribati, Tokelau, Tuvalu e a tutte le altre isole del Pacifico, succederà tra pochi anni in posti come Miami, New Orleans, Guangzhou, Hong Kong, Venezia ed altre città dove l'impatto raggiungerà milioni di persone e richiederà miliardi di dollari, euro, sterline, rubli, yen o renminbi spesi per riparare la negligenza e la poca lungimiranza dell'umanità.

L'atollo di Tarawa, Isole Kiribati: in celeste la laguna, in blu l'Oceano Pacifico


Gli effetti del surriscaldamento nel quotidiano

Abbiamo notato una maggior frequenza nei cicloni tropicali, siccità più gravi e allarmanti altezze del livello del mare durante le maree primaverili.

(Hilia Vavae, Servizio metereologico delle Isole Tuvalu)

I paradisi dell'Oceano Pacifico e i cambiamenti climatici - Introduzione

Per chi vive in una piccola isola del Pacifico, l'oceano è tutto.

L'oceano è il padre degli antenati di ognuno: non c'è isola dell'Oceania le cui leggende non raccontino di antenati provenienti da luoghi misteriosi al di là dell'orizzonte, che solcarono il mare per decine di giorni e notti a bordo delle loro canoe, prima di arrivare a terra, dove avrebbero fondato il loro popolo.

L'oceano è la fonte di vita: dalla salute di questa distesa blu dipende ogni singolo pesce, ogni stormo di uccelli e ogni albero o coltivazione che cresce sulle isole. E dunque, qualunque uomo che cresca negli sperduti arcipelaghi del Pacifico, il cui orizzonte è occupato verso ogni punto cardinale dallo sterminato oceano, dipende da questa distesa blu.

L'oceano, però, può anche diventare fonte di morte, se il fragile equilibrio che lega la natura all'unico animale in grado di mutarla, l'uomo, viene rotto.
Ed in quel caso, la vita in un paradiso tropicale non è più fatta di delicate brezze, tramonti sul mare e barriere coralline affollate di pesci, squali e coralli. Quando l'equilibrio viene rotto, il mare incomincia a divorare la terra, la brezza diventa sempre più spesso tempesta tropicale, le barriere coralline si svuotano e si sbiancano e i tramonti diventano il simbolo della fine di una cultura.
Questo succede quando i cambiamenti climatici impattano i luoghi più indifesi della terra. E sta succedendo ora.

In due articoli, Rive d'Oceania presenterà gli effetti dei cambiamenti climatici nelle isole, i danni che stanno provocando all'ambiente e alla gente di questi luoghi unici, le opinioni degli scettici e, per non abbandonarsi al consono disfattismo e fatalismo, i possibili rimedi a questa situazione, le speranze per salvare la vita delle isole del Pacifico e di tutti i luoghi del mondo che è nostro dovere salvare, e non semplicemente lasciare come un ricordo nei libri di storia dei nostri figli.

Sunset Tarawa
Tramonto a Tarawa, Arcipelago delle Gilbert, Isole Kiribati
Link al primo articolo 
I paradisi del Pacifico in pericolo

Link al secondo articolo
I rimedi: ecco come salvare i paradisi che non meritano di scomparire 

Tuesday, January 27, 2015

Meraviglie del mondo subacqueo: la flotta sommersa della laguna di Chuuk

60 navi da guerra, 200 aerei e migliaia di soldati. Questo fu il conto che dovette pagare l'Impero del Giappone tra il 16 e il 17 febbraio del 1944, quando gli Stati Uniti attaccarono a sorpresa Chuuk, un atollo micronesiano del Pacifico occidentale, roccaforte inespugnabile degli asiatici dall'enorme valore strategico.
L'Operazione Hailstone, così fu chiamata, segnò una vittoria decisiva nella seconda guerra mondiale e, pochi mesi dopo l'attacco, il contingente giapponese dell'atollo, isolato dalla marina nemica e privato dei viveri, si arrese.

Chuuk atoll
Chuuk (o Truk) dall'alto (FONTE)
La guerra, a Chuuk, non è rimasta solo sui libri di storia o nei ricordi dei più anziani: la memoria del conflitto, piombato senza preavvisto sulle vite dei tranquilli pescatori indigeni, ha lasciato decine di navi e centinaia di aerei sul fondale dell'immensa laguna dell'atollo.

Inclusa nelle sette meraviglie dell'Oceania nominate da questo blog, ecco alcuni scatti della flotta sommersa dell'atollo di Chuuk.

Chuuk Lagoon 1
Un relitto di aereo sul fondale
Si stima che nella laguna ve ne siano quasi 200
(FONTE)

Chuuk Lagoon 2
Il ponte di una nave ricoperto dai coralli

Chuuk Lagoon 3
Fauna marina che si "arrampica"
sul pilastro di una nave
Chuuk Lagoon 4
I resti di un carro armato sul pontile 
di una nave sommersa
Sul fondale della laguna ci sono incrociatori, portaerei e cacciatorpedinieri, insieme a carri armati, migliaia di armi, proiettili e, inevitabilmente, anche le ossa di quelle poche decine di soldati che non sono ancora stati rimpatriati in Giappone per avere una sepoltura.
Ciò che un tempo era stato concepito per conquistare, sparare e uccidere, è stato annientato dopo due giorni dalla "Pearl Harbor del Giappone" ed ora, nel fondo del mare, è diventato il fondamento per la nascita di nuove barriere coralline.
Nel 1969 il famoso documentarista Jacques Cousteau, che realizzò film e reportage sulle barriere coralline più spettacolari della terra, girò una pellicola in questi luoghi, dal nome "The lagoon of the last ships".


Tuesday, January 20, 2015

Nan Madol, l'Atlantide del Pacifico

La densa vegetazione tropicale e il mare blu nascondono da secoli la maggior parte dell'antica Nan Madol, l'Atlantide dell'Oceania (o Venezia del Pacifico), uno dei più sorprendenti esempi di perspicacia e coraggio degli esseri umani, oggi monumento dimenticato al passato dell'isola su cui è stata fondata: Pohnpei, una piccola e selvaggia landa degli Stati Federati di Micronesia.

Stupisce non poco come una città costruita da 92 isole artificiali sopra una barriera corallina, composta solo da enormi e pesantissimi blocchi basaltici trasportati a mano per chilometri attraverso la foresta tropicale e capace di resistere per secoli alle mareggiate, alle tempeste tropicali e alle guerre, sia ora lasciata a sè stessa e all'aura di mistero che alla vista di tutti, archeologi, abitanti locali e viaggiatori, ha sempre avuto.
Per contribuire a conoscere di più questo luogo, una delle 7 meraviglie dell'Oceania, questo blog si addentrerà per voi nelle deserte rovine del più grande sito archeologico del Pacifico...

Nan Madol Ruins 1
Dentro le rovine di Nan Madol
Breve storia di Nan Madol
L'umanità mise piede su Pohnpei, o Ponape, circa 2200 anni fa.
Come accade nelle isole così lontane dalla terraferma, gli indigeni svilupparono col tempo una religione, una lingua e tradizioni proprie, diverse da quelle dei luoghi da dove erano partiti, e l'ambiente difficile dell'isola favorì la divisione della gente in più villaggi in combutta tra loro, governati da anziani capi ma con una cultura di fondo simile.

Quando una dinastia, quella dei Saudeleur, prevalse definitivamente sul potere degli altri villaggi e iniziò a dettar legge su tutta Pohnpei, i capi di questa famiglia decisero che fosse giunto il momento di sigillare il loro dominio e di dimostrare la loro forza, per evitare di essere spodestati e rendere eterno il loro comando sull'isola.

Fu allora, stiamo parlando di un periodo compreso tra il 900 e il 1100, che iniziò la costruzione di Nan Madol, il cui nome significa "luogo di mezzo" (a metà strada tra Pohnpei e le piccole isole appena al largo della sua costa), una città concepita allo scopo di fornire una residenza per i nobili della dinastia, sufficientemente sicura e abbastanza imponente da scoraggiare chiunque nell'affrontarli.

Nan Madol Ruins 2
Vista di una delle antiche fortezze dal mare (FONTE)


La posizione, letteralmente sopra l'acqua, non fu casuale: permetteva ai Saudeleur di evitare attacchi da terra, e l'unico canale della barriera corallina che permetteva il passaggio di navi nemiche fu sbarrato con un muro, anche questo eretto a partire dal fondale marino.

Nello scopo e nello stile Nan Madol ricorda in parte Lelu, sito archeologico di un'altra isola della Micronesia, Kosrae. Anche Lelu fu costruita sull'acqua ma, come vedremo, sopravvisse molto di più (nonostante non si possa considerare grandiosa come Nan Madol).

Nan Madol, al picco del suo sviluppo demografico e urbanistico (1400), raggiungeva la popolazione di 1000 abitanti, in maggioranza nobili seguiti da gruppi di servi provenienti da tutta l'isola: i Saudeleur, in effetti, erano noti per la loro cattiveria e intransigenza, e il ricordo del loro lungo dominio vive ancora nella memoria degli abitanti di Pohnpei, convinti che le rovine di Nan Madol siano infestate dagli spiriti maligni.
A consolidare queste paure è anche la leggenda metropolitana secondo cui il governatore della Micronesia, quando Pohnpei era una colonia tedesca, sarebbe morto il giorno dopo aver profanato una delle più importanti tombe della città.

La grandezza di Nan Madol
Il fatto che solo 1000 abitanti vivessero in questa città durante il massimo splendore è un dato che può ridimensionare, almeno in una prospettiva moderna, l'importanza archeologica di Nan Madol.
Tuttavia, considerato che l'isola di Pohnpei non aveva più di 25 000 abitanti, costruire una città di 750 milioni di tonnellate di basalto sull'acqua, rappresenta uno sforzo maggiore di quello che gli egizi dovettero affrontare per costruire le Piramidi di Giza (così afferma Rufino Mauricio, archeologo nativo del luogo), e l'entità di questo sforzo è ancora più evidente se si osservano gli edifici che compongono Nan Madol.

Nan Madol Ruins 3

Il Nan Douwas, fortezza a scopo funerario dotata anche di una prigione, ha mura alte 10 metri e spesse 4, con massi di basalto pesanti fino a 50 tonnellate e trascinati a mano (non è riscontrata ai tempi dei Saudeleur la presenza di leve o strumenti in metallo) attraverso tutta l'ìsola.
In altri luoghi della città si possono trovare tunnel sotterranei, piscine rituali, altari e anche un grande tamburo per riunire la popolazione, o forse dare l'allarme. Un tempio di Nan Madol risulta poi la più grande struttura a scopo religioso di cui siano mai state trovate le rovine in Oceania: lungo 90 metri e largo 20, con mura alte nove e in parte sommerso.

Sarebbe bello poter credere che questa città sia stata costruita con l'ausilio della magia nera, come le tradizioni orali degli indigeni vorrebbero, e che i blocchi basaltici siano arrivati volando ai loro luoghi attuali. Forse, è ancora più bello pensare al miracolo che una piccola civiltà insulare, sprovvista di tecnologie, è riuscita a compiere.

Nan Madol Ruins 4
L'entrata del Nan Douwas


Il declino e la fine della "Venezia del Pacifico"
Dal 1500, almeno secondo i pochi archeologi che hanno studiato Nan Madol, la città subì un brusco declino, e all'arrivo degli europei nell'800 essa risultava deserta, abbandonata alla vegetazione e ai misteri che ancora oggi porta con sè.
Perchè una città che era costata tanta fatica e ingegno fu lasciata dai suoi abitanti?

Attorno al '500, è probabile che i Saudeleur furono sconfitti da un'altra dinastia, i Nahnmwarki, guidati dal capo Isokelekel, sepolto nell'isola artificiale di Karian, anch'essa parte del complesso di Nan Madol. Isokelekel fu però un'eccezione, probabilmente: la nuova dinastia non seppe mantenere potente la città, che in poco tempo perse la sua importanza. In realtà, la semplice mancanza di polso che seguì la caduta dei Saudeleur non è un motivo sufficiente per spiegare la caduta di Nan Madol: altre ipotesi, difficili da verificare, sono epidemie, cambiamenti climatici che hanno alzato il livello del mare rendendo inabitabile la città, o forse la fame, perchè Nan Madol doveva per forza importare dal resto di Pohnpei i generi alimentari.

Probabilmente, il mistero è destinato ad aleggiare per sempre tra gli scuri, silenziosi e imponenti complessi di questa Atlantide dell'Oceania. Ed è meglio così: forse, se sapessimo tutto su Nan Madol, sugli intrighi dinastici, sui presunti sacrifici umani, sul trasporto degli enormi massi e sulla costruzione degli edifici verrebbe meno il fascino che questo luogo, nonostante l'abbandono, le superstizioni e l'oceano che oggi nasconde buona parte di esso, ancora conserva.

Nan Madol Ruins 5
Tratti delle rovine sommerse (FONTE)

Sunday, January 11, 2015

I Moai, custodi dei misteri dell'Isola di Pasqua

A migliaia di chilometri dalla terraferma, nel Pacifico sud-orientale, un'isola spoglia e dalle coste aspre spunta dal blu scuro dell'oceano: è Rapa Nui, l'Isola di Pasqua, territorio appartenente al Cile ma ultimo avamposto delle culture Polinesiane nell'Oceania.

                                             L'isola di Pasqua
Rapa Nui è un luogo pieno di misteri per i biologi, gli antropologi e anche gli archeologi.
Ci si domanda spesso come sia stata possibile la pressochè totale deforestazione di questa isola, un tempo lussureggiante e poi, dopo l'arrivo dei primi uomini, e probabilmente anche a causa dei topi, ridotta a una landa spoglia e desolata. Ci si è domandati anche spesso chi fossero i primi abitanti, fino a quando le prove del DNA confermarono che si trattava di Polinesiani e non, come era stato ipotizzato da Thor Heyerdahl, di sudamericani. E soprattutto, gli archeologi continuano a domandarsi cosa significhino, e come siano stati eretti, i grandi Moai, il simbolo più famoso di Rapa Nui, una delle 7 meraviglie dell'Oceania elette da questo blog.

Ahu Tongariki
Ahu Tongariki, la più grande piattaforma in pietra dell'isola, con i suoi Moai
(FONTE: Andrew Landers)
                                           I guardiani di Rapa Nui
I Moai sono spesso citati come i "guardiani" dell'isola, custodi di tutti i misteri, forse destinati a non essere mai risolti del tutto, di questo mondo sperduto tra le correnti violente e imprevedibili del Pacifico.

El Gigante
Scolpite dal tufo, roccia del vulcano Rano Raraku, a partire dal 1200, alcune di queste statue possono arrivare a pesare 80 tonnellate per quasi 10 metri di altezza, anche se il Moai in assoluto più imponente mai scoperto non è ancora stato completato: soprannominato El Gigante, se completato questo colosso peserebbe 150 tonnellate per 21 metri d'altezza.
In totale, nell'isola di Pasqua, si stima ci siano 887 Moai, anche se molti di loro non sono più eretti da tempo, e altri sono dispersi qua e là negli ampi e silenziosi spazi di Rapa Nui, semisepolti. In effetti, tante statue, nella seconda metà dell'800, furono abbattute per ragioni ancora non chiare, quando ormai la loro funzione, per gli indigeni cristianizzati e con una cultura a rischio per la pressione europea, aveva perso importanza.
                    
                             Un primo mistero: quale fu la loro funzione?
Si pensa, ma di conferme non ce ne sono molte, che i Moai rappresentassero originariamente i volti di antichi capiclan, scolpiti dagli uomini di ogni villaggio per dimostrare la forza della propria comunità quando all'interno dell'isola iniziarono violente guerre, che contribuirono tra l'altro a devastare l'ambiente.
Ogni Moai, secondo questa teoria, sarebbe intristo del proprio mana, uno spirito nel quale credevano gli animisti dell'isola. Le statue, in altre parole, sarebbero un simbolo dei villaggi e della spiritualità del tempo in cui furono scolpiti.
Per quanto sia la più accreditata, tale teoria non spiega perchè i Moai abbiano tratti quasi africani e non Polinesiani (la gente del luogo, quando li scolpì, non sapeva nemmeno esistesse l'Africa), nè perchè effettivamente furono abbattuti.

Per gli appassionati della fantascienza e dei vari complottismi, i Moai rappresenterebbero invece una civiltà di alieni giganti che avrebbe fatto visita all'umanità migliaia di anni fa, e di cui ora, come unica testimonianza, restano proprio queste figure.

Moai nell'entroterra di Rapa Nui


                     Le statue che camminarono: il secondo mistero dei Moai
I Moai venivano trasportati dal vulcano fino alle Ahu, piattaforme di pietra a scopo cerimoniale, dove ne venivano eretti, fino a 250 in certi casi, con il volto rivolto verso le altre isole della Polinesia, vale a dire verso ovest.
I viaggi dei Moai, lunghi fino a 18 km, sono stati oggetto di studio per più di un secolo: come facevano gli indigeni di Rapa Nui a trasportare queste statue? Le tradizioni orali degli abitanti locali sono chiare: i Moai camminarono fino ai luoghi dove si trovano attualmente, animati dai loro spiriti (mana), e comandati da coloro che avevano il potere di controllare questi spiriti, indirizzando la camminata delle statue verso i luoghi indicati.

Prima teoria: Heyerdahl

Formulata negli anni '50 dall'avventuriero ed etnologo norvegese Thor Heyerdahl, questa teoria ipotizzava che i Moai fossero legati ad uno o due bastoni posti lungo la loro schiena, e che poi la gente, legando le corde al bastone, iniziasse a trainare le statue trascinandole fino alle piattaforme.
Questo tipo di trasporto, in apparenza abbastanza intuitivo, non spiega però la "camminata" dei Moai di cui parlano le leggende di Rapa Nui, e richiede peraltro, per le statue più grandi, fino a 1500 operai dediti al trasporto.

Seconda teoria: Mulloy

Un'idea diversa fu invece teorizzata nel dopo gli anni '60 da William Mulloy, antropologo americano, che immaginò delle impalcature di legno, a forma di V rovesciata verso il basso, per trasportare in modo meno faticoso le statue. Per spostare un Moai sono così necessarie solo 90-100 persone, anche se la complessità del metodo rende poco probabile la teoria.

Terza teoria: Pavel e Heyerdahl

Thor Heyerdahl si lega ai Moai per tutta la sua vita e negli anni '80, in collaborazione con l'archeologo ceco Pavel pensò ad una nuova possibilità: con due gruppi di operai, uno che mantiene l'equilibrio e uno che, da davanti, trascina un po' verso destra e un po' verso sinistra la statua, che otterrebbe così un movimento simile alla camminata, anche se ciò ne ne danneggierebbe le basi.

Quarta teoria: Love (e Van Tilburg)

E se i Moai fossero stati trasportati facendoli scorrere su file di tronchi? La teoria di Charles Love ipotizza che le statue fossero poste con un supporto in legno alla loro base e poi erette su file parallele di tronchi, prima di essere tirate. Jo Anne Van Tilburg pensò che le statue fossero invece distese lungo i tronchi e non erette.

Quinta teoria: ci siamo?
La teoria probabilmente più attendibile finora sviluppata è stata concepita nel 2011 da Terry Hunt e il trasporto di un Moai è stato in seguito simulato da un team di scienziati della National Geographic Society. Con tre gruppi di uomini, uno atto a mantenere l'equilibrio da dietro e due laterali alla statua, i Moai, ondeggiando a destra e a sinistra con un movimento simile alla camminata, proseguono in modo relativamente sicuro per gli operai e senza richiedere centinaia di lavoratori. Sarà questa la teoria che spiega definitivamente il cammino dei guardiani di Rapa Nui?

Possibile "cammino" di un Moai