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Sunday, April 24, 2016

La grande storia del surf tra sesso, magia e cultura Hawaiiana

                                              "Fuori dall'acqua io non sono nulla."
                                                         (Duke Kahanamoku)

Quella del surf è una storia che nasce con la congiunzione dell'uomo ai suoi istinti naturali, dal sesso ad un'unione quasi Divina con l'oceano: una capacità di collegarci alla semplicità del nostro essere che nel tempo è stata tradotta in una storia di libertà e divieti, nella vita di una cultura, quella Hawaiiana, dimenticata e solo in parte riscoperta, ma che oggi ci ha lasciato in eredità uno degli sport più popolari del mondo.

Origine e significato del surf
L'arte (perché di arte si tratta) di cavalcare le onde si è probabilmente sviluppata in Polinesia molti secoli fa, quando l'Europa nemmeno conosceva l'Oceano Pacifico, e viceversa. Di preciso, non è chiaro se la patria del surf siano le Isole Samoa, le Tonga o la Polinesia Francese, o forse perfino le isole Indonesiane. Di sicuro, gli indigeni che dalla Polinesia raggiunsero le Hawaii furono i fondatori del surf vero e proprio, quello che assunse un'aura di sacralità quasi fosse una religione e che tanto stupì -ed indignò- gli europei guidati da James Cook che approdarono alle Hawaii nel 1778.

Illustrazione degli indigeni di Hawaii (Fonte)

Tuesday, April 28, 2015

Robert Louis Stevenson, anima in viaggio nei Mari del Sud

L'esperienza unica del viaggio non è solo conoscere, sperimentare, rilassarsi ed esplorare. Il viaggio, per i grandi artisti, è anche uno stimolo per una rinnovata creatività.
Lo abbiamo visto per Gauguin, il pittore francese che visse i suoi anni di maggior produttività e maturità fra Tahiti e Hiva Oa, in Polinesia Francese, e oggi lo vediamo anche per uno scrittore, uno dei più grandi dell'800. Si tratta di Robert Louis Stevenson, lo scozzese autore de "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr.Hyde". La sua vita, e alcuni suoi romanzi, furono profondamente segnati dal viaggio di 3 anni che intraprese nel 1886, al termine del quale si sarebbe costruito una casa a Vailima, nelle magnifiche Samoa.

La casa di Stevenson a Vailima. Lo scrittore è sul portico

Stevenson decise di partire nel 1886 da Los Angeles assieme alla sua famiglia a bordo del Casco, una goletta di 30 metri, sperando che il viaggio avrebbe aiutato la sua salute da sempre instabile.
Solcare le acque del Pacifico del Sud non fece solo questo per lui: approdato inizialmente in Polinesia Francese, nelle isole Marchesi, Tuamotu e infine Tahiti, affermò entusiasta nel suo diario di viaggio che "La prima esperienza qui non può mai essere ripetuta: il primo amore, la prima alba, la prima Isola dei Mari del Sud, sono memorie a parte che toccano la verginità dei sensi".

Dopo aver fatto tappa anche in Nuova Zelanda, alle Kiribati e alle Hawaii, Stevenson giunse infine nell'arcipelago delle Samoa, precisamente isola di Upolu, nel 1888.
Qui decise di comprarsi un appezzamento nell'entroterra e di costruirvi una casa.

La comunità Samoana si riunisce per festeggiare il compleanno dello scrittore

 In poco tempo, Stevenson divenne popolare tra gli indigeni di Samoa. Egli criticava aspramente l'influenza dei missionari nella società, come anche l'intervento politico dell'Occidente nelle faccende locali, che fra gli altri eventi causò anche una guerra civile nelle isola dal 1888 al 1894.
La sua attività letteraria continuò e la sua produzione conobbe nuova maturazione -l'autore ispirò alla sua vita nei Mari del Sud almeno altri 4 romanzi- e per le sue doti venne chiamato dai Samoani tusitala, ovvero "cantastorie".

La salute di Stevenson, soprattutto negli ultimi anni della sua breve vita, tornò tuttavia a peggiorare, e il 3 dicembre 1894 morì di fronte agli occhi della propria moglie, a causa di un'emorragia cerebrale.
Come da sua richiesta, la sua tomba fu collocata sulla cima del Monte Vaea, da dove è possibile vedere la sconfinata distesa blu dell'Oceano Pacifico, dove Stevenson trascorse i tre anni più belli della sua vita e dove voleva che la sua anima potesse viaggiare, per sempre.

La tomba di Stevenson sul Monte Vaea (FONTE)
Sulla sua tomba volle che fosse inciso il suo Requiem:

Under the wide and starry sky,
Dig the grave and let me lie.
Glad did I live and gladly die,
And I laid me down with a will.
This be the verse you grave for me:
Here he lies where he longed to be;
Home is the sailor, home from sea,
And the hunter home from the hill.

(Sotto il vasto cielo stellare
scavate una fossa e fatemi posare:
Contento ho vissuto e contento muoio
e con piacere mi poso quaggiù.
Siano queste le parole da incidere per me:
«Qui egli giace dove più largamente visse
Il marinaio è a casa sua, a casa presso il mare,
e il cacciatore sta bene sulla collina)

Wednesday, April 8, 2015

Gauguin in Polinesia: un artista alla ricerca della vera bellezza in Oceania

Una lunga avventura alla ricerca della natura incontaminata e della semplicità, un viaggio indietro in un'epoca ormai persa nell'oceano del tempo, per immortalare la vita, quella autentica, nell'arte.
Forse è questo il modo migliore in cui definire l'esperienza di Paul Gauguin in Polinesia, prima a Tahiti e poi a Hiva Oa, dove il pittore trascorse più di un decennio della sua vita e dove trovò ispirazione per i suoi quadri migliori.

   
"Fatata Te Miti", 1892
Paul Gauguin, uno dei più influenti pittori francesi della storia, approdò per la prima volta in Polinesia, a Tahiti, nel 1890, per allontanarsi da tutto ciò di "artificiale e convenzionale".
Tuttavia Tahiti, la principale tra le Isole della Società, uno dei 4 arcipelaghi della Polinesia Francese, lo deluse: considerandola troppo europeizzata, il pittore la abbandonò per tornare in patria, dove per l'ennesima volta fallì nel tentativo di emergere come artista.

Decise quindi di tornare nuovamente a Tahiti, stabilendosi questa volta in una piccola tenuta poco fuori dalla capitale Papeete, dove avrebbe potuto dipingere (e, da quegli anni, anche scolpire) in pace. A questi anni risale forse il suo dipinto di maggior importanza, cioè "Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?", ultimato nel 1897: da leggersi da destra verso sinistra, seguendo quindi immagini di nascita, vita e morte, esso è ricco di significati non solo a livello religioso ma anche esistenziale più in generale.


Nel 1900, Gauguin si trasferì nuovamente, rimanendo tuttavia all'interno della Polinesia Francese: abbandonò Tahiti, la cui "occidentalizzazione" gli aveva impedito di trovare quella naturalezza e quella semplicità primordiali che ormai la colonizzazione francese aveva cancellato, facendo rotta verso Hiva Oa, Isole Marchesi.
Qui la situazione non era tuttavia radicalmente diversa: l'isola, come da prevedersi, era controllata politicamente dai Francesi e culturalmente dai missionari cattolici, che avevano il monopolio dell'istruzione.
Gauguin fu inizialmente diplomatico e riuscì a inserirsi bene in questo contesto. Si costruì una casa, che sopravvisse al violento uragano che colpì le isole a inizio secolo, e la decorò internamente con una collezione di 45 fotografie a sfondo pornografico.

I Raro Te Oviri (Sotto il Pandano), 1891
Nel giro di poco tempo, la sua opposizione alla politica razzista del governo francese, il suo incoraggiare gli studenti dei missionari ad abbandonare la scuola per "liberarsi" dalla cultura europea  e i figli che ebbe al di fuori del matrimonio con una donna locale lo misero in contrasto con le autorità religiose e politiche locali, tanto che Gauguin fu incarcerato nel 1902.
Morì lo stesso anno, dopo un lento declino nella sua salute iniziato già dalla fine del secolo precedente, a causa della sifilide.

A Gauguin sono dedicati un museo a Tahiti e un centro culturale ad Atuona, la cittadina di Hiva Oa che lui era solito frequentare.

Manao Tupapau
(Lo spirito del morto che osserva), 1892
Nel complesso, la vita di questo artista, nelle sue opere e nelle sue azioni, è stata una continua ricerca di un luogo puro, semplice e immerso nella natura, che si potesse rappresentare con un'arte altrettanto semplice ed essenziale.
La Polinesia, luogo che rappresentava, perlomeno secondo i miti che correvano in Europa, la vita originaria degli uomini liberi e disinibiti dell'Eden, riuscì ad accontentare le ambizioni del pittore solo in parte, ma quel lato ancora esotico, affascinante e incontaminato di essa, sebbene non fosse più predominante, fu comunque di ispirazione per uno degli artisti più significativi dell'800.

Friday, March 27, 2015

Polinesia: il mito delle isole del sesso e dell'amore

"I Tahitiani non hanno altro dio che l'Amore, ogni giorno è consacrato ad esso, l'isola intera è il suo tempio, le donne i suoi idoli e gli uomini i suoi adoratori."
                                            (Philibert Commerson)

Le tre isole più famose della Polinesia Francese, Tahiti, Bora Bora e Moorea, sono spesso chiamate dai tour operators "le isole dell'amore". Questo soprannome è vecchio di secoli e risale ai primi incontri tra gli europei e gli abitanti della Polinesia, nel 1700. Ma l'amore a cui si riferiscono le agenzie di viaggi di quest'epoca, quello di chi va a Tahiti per trascorrere la luna di miele, non è esattamente la versione che intendevano i marinai che arrivavano in queste isole.

La citazione che ha iniziato questo articolo appartiene a un naturalista francese che visitò Tahiti durante il suo giro del mondo tra il 1766 e il 1769, descrivendo i costumi dei Polinesiani, e notando, come gli indigeni fossero disinibiti rispetto ai canoni europei, come le donne si concedessero facilmente (ai mariti ma anche agli amici dei mariti) e come l'"amore libero", il sesso praticato in pubblico per puro piacere, fosse diffuso e accettato in quel paradiso tropicale privo di qualsiasi condizionamento della cultura europea.

Nativi Tahitiani, XVIII secolo
Lo stesso stupore lo avevano provato prima di lui, e l'avrebbero provato in seguito, le migliaia di altri europei, avventurieri, navigatori, balenieri, marinai e, chiaramente, anche missionari, che visitarono la Polinesia.
Dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri di oceano, affrontando intemperie, freddo, malattie e mancanza di donne, per i marinai trovare un luogo caldo dove sinuose donne dalla nuda pelle bruna salivano nelle loro navi concedendosi spontaneamente, doveva rappresentare il ritorno all'Eden primordiale.

Gli europei notarono anche un'altra particolarità della cultura polinesiana: la presenza di mahu, ovvero di maschi cresciuti come femmine dalle loro rispettive famiglie. Questo accadeva soprattutto per il primo figlio maschio di ogni famiglia che, cresciuto secondo i canoni della femminilità, avrebbe dovuto riunire in sè tutte le qualità maschili e femminili. La tradizione del mahu, diffusa (sebbene molto meno) anche ora, colpì all'epoca la gente del Vecchio Continente tanto quanto il sesso libero, e da lì il passo per far nascere il mito di Tahiti come l'isola dell'amore e del sesso era breve.

Tahitiani fotografati a fine '900 in una missione protestante











Oggi, però, questo mito non è più vivo, almeno nelle sue forme originali.
Il 5 marzo 1797, missionari inglesi sbarcarono a Tahiti e diedero inizio a un veloce processo di cristianizzazione protestante degli indigeni. Dopo la conversione del monarca, la gente abbandonò presto i propri culti pagani e abbracciò la nuova religione.
I missionari imposero di rinunciare al sesso libero, alla nudità, alle altre tradizioni nel campo del sesso e, in compenso, diedero in cambio nel corso dell'800 Sacre Bibbie e alcool.

Paul Theroux, scrittore americano che negli anni '90 visitò Tahiti, notò come, paradossalmente, nell'isola fosse più facile vedere nude le turiste francesi, provenienti da una nazione che un tempo si scandalizzava per la nudità, che le Tahitiane, per le quali 200 anni fa la nudità era la norma.

Tutto ciò che oggi rimane del mito delle isole del sesso e dell'amore sono i depliant dei tour operators per coppie in luna di miele e, purtroppo, la forma di turismo più perversa, ben diversa dal mito dell'amore dei marinai del 1700: il turismo sessuale.

Thursday, March 5, 2015

Canoe, coraggio e costellazioni: l'arte della navigazione nel Pacifico

Abbandonare la terraferma e affrontare il mare è uno dei gesti più frequenti che vengano compiuti ogni giorno sulla Terra. Centinaia di milioni di pescatori e navigatori lo fanno oggi, e altrettanti prima di loro l'hanno fatto dalla notte dei tempi: eppure, dietro un gesto così comune nelle società umane, si nascondono quel coraggio di affrontare l'ignoto e quello stesso spirito di esplorazione che hanno garantito al genere umano il suo progresso e le sue scoperte negli ultimi milioni di anni.

E di questo coraggio, i popoli del Pacifico sono tra i più grandi ambasciatori: dotati solo di conoscenze tramandate oralmente e canoe artigianali, gli antichi Melanesiani, Micronesiani e Polinesiani hanno raggiunto quasi tutte le 30 000 isole del Pacifico, superando tempeste e sterminati chilometri di mare, raggiungendo forse l'America del Sud e l'Antartide (una leggenda Maori racconta che un certo Ui Te Rangiora, attorno al 700 d.C., guidò una canoa da guerra a Sud fino a un luogo dove il mare era ghiacciato) e scrivendo uno dei capitoli più incredibili nella storia dell'umanità.

Canoa Hawaiiana originale. Disegno di Herb Kawainui Kane
L'arte dell'andar per mare
I veri navigatori erano persone di grande influenza nelle antiche società del Sud Pacifico. Si riteneva che essi potessero controllare il mare e il tempo metereologico, che potessero curare gli uomini e che fossero in diretto contatto con gli dei. Navigare non era solo svago o necessità, era un'arte.
E come tutte le arti, non era casuale: i navigatori conoscevano bene le onde, i colori del cielo, i movimenti dei banchi di nuvole e ancor di più le costellazioni, e per orientarsi sfruttavano anche le migrazioni degli uccelli. Si è ipotizzato ad esempio che tenessero con loro durante i viaggi le Fregate, che li avrebbero aiutati a individuare la terra, o che seguissero le migrazioni del Piviere dorato del Pacifico per raggiungere le Hawaii da Tahiti, o le migrazioni di un cuculo, l'Urodynamis Taitensis, per raggiungere la Nuova Zelanda dalle Isole Cook.

Canoa con bilanciere
Canoe ordinarie per viaggiatori straordinari
Le canoe, unico mezzo materiale delle esplorazioni, sono uno dei capisaldi della cultura dei popoli del Pacifico. O forse, ne sono addirittura l'origine: chi può dire se la Polinesia che conosciamo oggi sarebbe nata lo stesso, se i navigatori dell'Asia non si fossero avventurati nell'oceano con le loro canoe?

La tipica canoa dei popoli dell'Oceania, nota come Va'a in Tahitiano e Samoano, Wa'a in Hawaiiano e Vaka nella lingua delle Isole Cook (il termine waka da cui sono discesi questi è di origine malese) è dotata di un bilanciere, un componente esterno allo scafo della barca che è collegato ad essa per aumentarne la stabilità. Anche questo, come il termine con cui la canoa è indicata, ha origine negli arcipelaghi dell'Indonesia, dove i popoli Austronesiani, da cui sono discesi tra gli altri Malesi, Aborigeni e Polinesiani, furono i primi a farne uso.

Tartaruga scolpita sulla canoa di Anaweka
Sono poche le testimonianze circa la costruzione originale delle canoe. Recentemente in Nuova Zelanda è stata rinvenuta la canoa denominata Anaweka, che si stima avere 3400 anni: per il resto, le moderne imbarcazioni in Oceania sono basate sugli appunti e sui disegni dei primi europei che visitarono l'Oceania, ma che giunsero quando la vena di coraggio e di esplorazione dei navigatori delle isole era in via di esaurimento.

Oggi le conoscenze tradizionali sulla navigazione, nonostante l'influenza del mondo moderno e la perdita di molte tradizioni, sono ancora vive, specialmente negli atolli più isolati o nelle nazioni che intraprendono programmi per salvare il proprio patrimonio culturale.
Negli ultimi decenni, la sapienza di navigatori leggendari come il Micronesiano Mai Piailug ha contribuito a salvare molte delle tradizionali tecniche di viaggio, e nuove imbarcazioni basate sulle canoe originali, come la Hokule'a e la Alingano Maisu, che ha attraversato senza alcuna strumentazione il Pacifico nel 2007, hanno mantenuto viva l'arte della navigazione, emblema delle culture del Pacifico.

Thursday, February 26, 2015

Come salvare i paradisi del mondo dai cambiamenti climatici

Come si possono salvare le isole dell'Oceania dai cambiamenti climatici?
C'è troppo fatalismo e disfattismo per quanto riguarda le condizioni che avrà l'ambiente del nostro pianeta nel futuro, specialmente quando si parla delle isole del Sud Pacifico. Questi posti appaiono troppo poveri e piccoli per contrastare i mutamenti globali del clima e le conseguenze di essi, come l'innalzamento del livello del mare che minaccia di sommergerli in pochi decenni.

Dopo aver spiegato gli effetti dei mutamenti e i pericoli che affrontano le isole dell'Oceania nel primo articolo, è quindi necessario spiegare quali possono essere le possibili soluzioni a questa situazione: come si può ancora mitigare la crisi ambientale e salvare la fauna, la flora e le culture dei paradisi tropicali, affetti dalla siccità, dalla morte dei loro coralli e da un livello del mare sempre più alto?

Seawall
Bambini giocano vicino a una seawall, Isole Kiribati

1) Barriere contro il mare
Anche dette seawalls in inglese, servono per prevenire le inondazioni a cui i piccoli atolli sono soggetti durante l'alta marea. Numerosissime barriere di pietre sono state costruite, tra gli altri posti, a Tarawa, atollo-capitale delle Isole Kiribati.
Le seawalls, per quanto solide e ben concepite, non possono comunque essere sufficienti a opporsi alle alte maree, specialmente se esse vengono rafforzate dalle tempeste tropicali. Non sono inoltre utili a salvare le barriere coralline, il pesce che serve alla gente per nutrirsi, nè per garantire acqua potabile.

Saturday, February 14, 2015

I paradisi del Pacifico in pericolo

Ogni mattina, noi ci svegliamo e vediamo che l'Oceano è lì, a circondare le nostre isole.
Ma ora l'oceano, influenzato dai cambiamenti climatici, è sempre più vicino. Se non faremo nulla, molte delle nostre isole rischiano di venire sommerse dall'innalzamento del livello del mare. 

(350pacific, organizzazzione giovanile che unisce le isole del Pacifico nella lotta contro la scomparsa delle loro nazioni)

Canoa lungo la riva della laguna dell'atollo di Funafuti, Isole Tuvalu

I cambiamenti climatici ci sono? E se sì, che danni provocano alle isole dell'Oceania?
Il mondo scientifico, anche se non all'unanimità, sostiene che il clima della Terra stia gradualmente mutando.
Bisogna precisare che i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti nel corso della storia terrestre, e che in certi frangenti il nostro pianeta era anche più caldo di quanto non lo sia ora, ma è chiaro che mai i mutamenti sono avvenuti ai ritmi registrati nell'ultimo secolo -e men che meno è normale che il tasso di estinzione delle specie animali sia tra 100 e 1000 volte superiore alla media degli altri periodi nella storia terrestre. Esiste dunque un contributo delle attività umane ai cambiamenti in atto.

Per l'Oceania, i cambiamenti climatici non sono solo una variabile che rende la vita più difficile alle persone, come per esempio potrebbe essere in Italia, dove ci si trova di fronte a più valanghe, frane o estati umide e piovose come quella del 2014: in Oceania, anche una piccola variazione del clima può essere questione di vita o di morte.
Nel caso delle isole del Pacifico, i cambiamenti climatici si concretizzano in quattro effetti: aumento del livello del mare, maggior violenza dei tifoni, acidificazione dell'acqua e drastica riduzione -o aumento- delle precipitazioni indispensabili per la vita delle isole.
La combinazione di questi fattori, che ha già peggiorato le condizioni della vita, può rendere le isole inabitabili nei prossimi 40-50 anni, costringendo all'esodo di intere popolazioni dalle proprie nazioni, allo sfratto forzato dalle proprie case di centinaia di migliaia di famiglie.

Fuggire e trasferirsi altrove può essere una soluzione solo provvisoria, oltre che sbagliata: se il problema del rapporto uomo-ambiente non si cura alla radice, quello che ora succede ora alle poco note ed insignificanti Kiribati, Tokelau, Tuvalu e a tutte le altre isole del Pacifico, succederà tra pochi anni in posti come Miami, New Orleans, Guangzhou, Hong Kong, Venezia ed altre città dove l'impatto raggiungerà milioni di persone e richiederà miliardi di dollari, euro, sterline, rubli, yen o renminbi spesi per riparare la negligenza e la poca lungimiranza dell'umanità.

L'atollo di Tarawa, Isole Kiribati: in celeste la laguna, in blu l'Oceano Pacifico


Gli effetti del surriscaldamento nel quotidiano

Abbiamo notato una maggior frequenza nei cicloni tropicali, siccità più gravi e allarmanti altezze del livello del mare durante le maree primaverili.

(Hilia Vavae, Servizio metereologico delle Isole Tuvalu)

I paradisi dell'Oceano Pacifico e i cambiamenti climatici - Introduzione

Per chi vive in una piccola isola del Pacifico, l'oceano è tutto.

L'oceano è il padre degli antenati di ognuno: non c'è isola dell'Oceania le cui leggende non raccontino di antenati provenienti da luoghi misteriosi al di là dell'orizzonte, che solcarono il mare per decine di giorni e notti a bordo delle loro canoe, prima di arrivare a terra, dove avrebbero fondato il loro popolo.

L'oceano è la fonte di vita: dalla salute di questa distesa blu dipende ogni singolo pesce, ogni stormo di uccelli e ogni albero o coltivazione che cresce sulle isole. E dunque, qualunque uomo che cresca negli sperduti arcipelaghi del Pacifico, il cui orizzonte è occupato verso ogni punto cardinale dallo sterminato oceano, dipende da questa distesa blu.

L'oceano, però, può anche diventare fonte di morte, se il fragile equilibrio che lega la natura all'unico animale in grado di mutarla, l'uomo, viene rotto.
Ed in quel caso, la vita in un paradiso tropicale non è più fatta di delicate brezze, tramonti sul mare e barriere coralline affollate di pesci, squali e coralli. Quando l'equilibrio viene rotto, il mare incomincia a divorare la terra, la brezza diventa sempre più spesso tempesta tropicale, le barriere coralline si svuotano e si sbiancano e i tramonti diventano il simbolo della fine di una cultura.
Questo succede quando i cambiamenti climatici impattano i luoghi più indifesi della terra. E sta succedendo ora.

In due articoli, Rive d'Oceania presenterà gli effetti dei cambiamenti climatici nelle isole, i danni che stanno provocando all'ambiente e alla gente di questi luoghi unici, le opinioni degli scettici e, per non abbandonarsi al consono disfattismo e fatalismo, i possibili rimedi a questa situazione, le speranze per salvare la vita delle isole del Pacifico e di tutti i luoghi del mondo che è nostro dovere salvare, e non semplicemente lasciare come un ricordo nei libri di storia dei nostri figli.

Sunset Tarawa
Tramonto a Tarawa, Arcipelago delle Gilbert, Isole Kiribati
Link al primo articolo 
I paradisi del Pacifico in pericolo

Link al secondo articolo
I rimedi: ecco come salvare i paradisi che non meritano di scomparire 

Sunday, January 11, 2015

I Moai, custodi dei misteri dell'Isola di Pasqua

A migliaia di chilometri dalla terraferma, nel Pacifico sud-orientale, un'isola spoglia e dalle coste aspre spunta dal blu scuro dell'oceano: è Rapa Nui, l'Isola di Pasqua, territorio appartenente al Cile ma ultimo avamposto delle culture Polinesiane nell'Oceania.

                                             L'isola di Pasqua
Rapa Nui è un luogo pieno di misteri per i biologi, gli antropologi e anche gli archeologi.
Ci si domanda spesso come sia stata possibile la pressochè totale deforestazione di questa isola, un tempo lussureggiante e poi, dopo l'arrivo dei primi uomini, e probabilmente anche a causa dei topi, ridotta a una landa spoglia e desolata. Ci si è domandati anche spesso chi fossero i primi abitanti, fino a quando le prove del DNA confermarono che si trattava di Polinesiani e non, come era stato ipotizzato da Thor Heyerdahl, di sudamericani. E soprattutto, gli archeologi continuano a domandarsi cosa significhino, e come siano stati eretti, i grandi Moai, il simbolo più famoso di Rapa Nui, una delle 7 meraviglie dell'Oceania elette da questo blog.

Ahu Tongariki
Ahu Tongariki, la più grande piattaforma in pietra dell'isola, con i suoi Moai
(FONTE: Andrew Landers)
                                           I guardiani di Rapa Nui
I Moai sono spesso citati come i "guardiani" dell'isola, custodi di tutti i misteri, forse destinati a non essere mai risolti del tutto, di questo mondo sperduto tra le correnti violente e imprevedibili del Pacifico.

El Gigante
Scolpite dal tufo, roccia del vulcano Rano Raraku, a partire dal 1200, alcune di queste statue possono arrivare a pesare 80 tonnellate per quasi 10 metri di altezza, anche se il Moai in assoluto più imponente mai scoperto non è ancora stato completato: soprannominato El Gigante, se completato questo colosso peserebbe 150 tonnellate per 21 metri d'altezza.
In totale, nell'isola di Pasqua, si stima ci siano 887 Moai, anche se molti di loro non sono più eretti da tempo, e altri sono dispersi qua e là negli ampi e silenziosi spazi di Rapa Nui, semisepolti. In effetti, tante statue, nella seconda metà dell'800, furono abbattute per ragioni ancora non chiare, quando ormai la loro funzione, per gli indigeni cristianizzati e con una cultura a rischio per la pressione europea, aveva perso importanza.
                    
                             Un primo mistero: quale fu la loro funzione?
Si pensa, ma di conferme non ce ne sono molte, che i Moai rappresentassero originariamente i volti di antichi capiclan, scolpiti dagli uomini di ogni villaggio per dimostrare la forza della propria comunità quando all'interno dell'isola iniziarono violente guerre, che contribuirono tra l'altro a devastare l'ambiente.
Ogni Moai, secondo questa teoria, sarebbe intristo del proprio mana, uno spirito nel quale credevano gli animisti dell'isola. Le statue, in altre parole, sarebbero un simbolo dei villaggi e della spiritualità del tempo in cui furono scolpiti.
Per quanto sia la più accreditata, tale teoria non spiega perchè i Moai abbiano tratti quasi africani e non Polinesiani (la gente del luogo, quando li scolpì, non sapeva nemmeno esistesse l'Africa), nè perchè effettivamente furono abbattuti.

Per gli appassionati della fantascienza e dei vari complottismi, i Moai rappresenterebbero invece una civiltà di alieni giganti che avrebbe fatto visita all'umanità migliaia di anni fa, e di cui ora, come unica testimonianza, restano proprio queste figure.

Moai nell'entroterra di Rapa Nui


                     Le statue che camminarono: il secondo mistero dei Moai
I Moai venivano trasportati dal vulcano fino alle Ahu, piattaforme di pietra a scopo cerimoniale, dove ne venivano eretti, fino a 250 in certi casi, con il volto rivolto verso le altre isole della Polinesia, vale a dire verso ovest.
I viaggi dei Moai, lunghi fino a 18 km, sono stati oggetto di studio per più di un secolo: come facevano gli indigeni di Rapa Nui a trasportare queste statue? Le tradizioni orali degli abitanti locali sono chiare: i Moai camminarono fino ai luoghi dove si trovano attualmente, animati dai loro spiriti (mana), e comandati da coloro che avevano il potere di controllare questi spiriti, indirizzando la camminata delle statue verso i luoghi indicati.

Prima teoria: Heyerdahl

Formulata negli anni '50 dall'avventuriero ed etnologo norvegese Thor Heyerdahl, questa teoria ipotizzava che i Moai fossero legati ad uno o due bastoni posti lungo la loro schiena, e che poi la gente, legando le corde al bastone, iniziasse a trainare le statue trascinandole fino alle piattaforme.
Questo tipo di trasporto, in apparenza abbastanza intuitivo, non spiega però la "camminata" dei Moai di cui parlano le leggende di Rapa Nui, e richiede peraltro, per le statue più grandi, fino a 1500 operai dediti al trasporto.

Seconda teoria: Mulloy

Un'idea diversa fu invece teorizzata nel dopo gli anni '60 da William Mulloy, antropologo americano, che immaginò delle impalcature di legno, a forma di V rovesciata verso il basso, per trasportare in modo meno faticoso le statue. Per spostare un Moai sono così necessarie solo 90-100 persone, anche se la complessità del metodo rende poco probabile la teoria.

Terza teoria: Pavel e Heyerdahl

Thor Heyerdahl si lega ai Moai per tutta la sua vita e negli anni '80, in collaborazione con l'archeologo ceco Pavel pensò ad una nuova possibilità: con due gruppi di operai, uno che mantiene l'equilibrio e uno che, da davanti, trascina un po' verso destra e un po' verso sinistra la statua, che otterrebbe così un movimento simile alla camminata, anche se ciò ne ne danneggierebbe le basi.

Quarta teoria: Love (e Van Tilburg)

E se i Moai fossero stati trasportati facendoli scorrere su file di tronchi? La teoria di Charles Love ipotizza che le statue fossero poste con un supporto in legno alla loro base e poi erette su file parallele di tronchi, prima di essere tirate. Jo Anne Van Tilburg pensò che le statue fossero invece distese lungo i tronchi e non erette.

Quinta teoria: ci siamo?
La teoria probabilmente più attendibile finora sviluppata è stata concepita nel 2011 da Terry Hunt e il trasporto di un Moai è stato in seguito simulato da un team di scienziati della National Geographic Society. Con tre gruppi di uomini, uno atto a mantenere l'equilibrio da dietro e due laterali alla statua, i Moai, ondeggiando a destra e a sinistra con un movimento simile alla camminata, proseguono in modo relativamente sicuro per gli operai e senza richiedere centinaia di lavoratori. Sarà questa la teoria che spiega definitivamente il cammino dei guardiani di Rapa Nui?

Possibile "cammino" di un Moai



Wednesday, December 24, 2014

I tiki e le rovine maledette delle Isole Marchesi

Arcipelago isolato e culturalmente tra i più autentici dell'Oceania, poco popolato (meno di diecimila residenti), dominato dalla natura e da picchi vulcanici verde scuro che si gettano in un oceano blu intenso che specchia il sole dei Mari del Sud, le Isole Marchesi ospitano dei complessi di siti archeologici, poco conosciuti e studiati, che sono inclusi fra le 7 meraviglie dell'Oceania nominate da questo blog. Seguiteci mentre ci addentriamo nella foresta delle isole a scoprirli...

Smiling Tiki
Il "tiki sorridente"
I siti archeologici di Hiva Oa:
A Hiva Oa, l'isola più ricca di storia dell'arcipelago, situata a sud, visse ed è sepolto il famoso pittore francese Gauguin, anche se la storia di questo posto iniziò molto prima dell'arrivo degli uomini bianchi.
Ambasciatori della cultura di Hiva Oa sono soprattutto i tiki, figure scolpite nella pietra basaltica diffuse anche nelle Isole della Società, nelle Isole Cook e in Nuova Zelanda, che rappresenterebbero, nella tradizione delle Isole Marchesi, i volti dei primi uomini sulla terra o, secondo altre interpretazioni, dei e semi-dei che risiedono nell'aldilà e che hanno dato origine al genere umano.

Sunday, December 7, 2014

Il Tempio Baha'i delle Samoa

Il Tempio Bahai di Tiapapata, isola di Upolu (Samoa Occidentali), è uno degli 8 grandi luoghi di culto (houses of worship) della religione Baha'i, l'unico nelle isole dell'Oceania. Nominato da questo portale una delle 7 meraviglie d'Oceania, fu costruito nel 1984 e dedicato a Malietoa Tanumafili II, ultimo re delle Samoa, che era di religione Baha'i.

Bahai Samoa
Vista frontale del tempio
La religione Baha'i è una fede indipendente nata a metà '800 che predica l'uguaglianza tra i popoli e i sessi, la libertà degli individui di cercare indipendentemente la verità e l'armonia tra scienza e fede. Il credo è diffuso in tutti i sette continenti ed è seguito da circa sei milioni e mezzo di aderenti.


Costruito per la comunità Baha'i delle Samoa Occidentali, che oggi conta circa 3500 fedeli ed è l'unica religione non cristiana delle isole, il tempio è aperto per le visite e le preghiere anche ai non Baha'i.
La struttura è a nove entrate, numero simbolico per il Bahaismo, è alta 28 metri ed è costruita in modo da facilitare l'illuminazione interna, con muri chiari e ampie vetrate che riflettono la luce del sole.
Inoltre, a simboleggiare l'armonia con la natura e con la cultura tradizionale delle isole, per la quale le case sono aperte e senza muri, la house of  worship di Tiapapata è aperta alle brezze che spirano sull'entroterra collinare di Upolu.


Come per tutti i templi Baha'i del mondo, anche questo è provvisto di un ampio e curato cortile esterno. Nei 20 acri circostanti questo luogo di culto si possono trovare 60 specie diverse di piante, molte delle quali endemiche delle Isole Samoa.


Friday, December 5, 2014

Le 7 meraviglie dell'Oceania

Quali sono le 7 meraviglie dell'Oceania?
Sono state nominate 7 meraviglie del mondo antico, 7 meraviglie del mondo moderno, 7 meraviglie dei mari, del mondo naturale e perfino 7 meraviglie del Sistema Solare, ma ancora nessun sito o organizzazione ha mai pensato di nominare le 7 meraviglie del Pacifico del Sud.

In questo portale ho deciso di pubblicare quella che è la mia personale lista di 7 meraviglie dell'Oceania, e ad ognuna di esse sarà dedicato un articolo tra questo mese e il nuovo anno.
In attesa di selezionare le meraviglie natrualistiche, iniziamo con le meraviglie costruite dai popoli che abitano gli sperduti arcipelaghi del Pacifico. Pur consapevole che nessuna di loro avrà l'imponenza del Cristo Redentore di Rio o la magnificenza del Colosseo, ritengo che anche le meraviglie l'Oceania abbiano diritto ad un loro spazio nel mare del web.

1) I Moai dell'Isola di Pasqua: le misteriose statue, alte fino a 20 metri, disseminate in una solitaria isola del Pacifico sud-orientale.

Moai

2) Le rovine di Nan Madol a Pohnpei, Stati Federati di Micronesia: La "Venezia del Pacifico", una città abbandonata un tempo all'avanguardia, temuta e oggi, secondo gli abitanti di Pohnpei, infestata.

3) Il tempio della religione Bahai a Upolu, Samoa: Un tempio immerso nella natura di Upolu per i seguaci di una piccola religione dell'uguaglianza fondata a metà '800 e ora diffusa in tutti i continenti.

Tempio Bahai
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4) I siti archeologici delle Isole Marchesi, Polinesia Francese: Templi, bassorilievi e imponenti statue di pietra: addentratevi nelle foreste delle selvagge Isole Marchesi, in Polinesia, e non rimarrete delusi.

5) La città perduta di Lelu, Isola di Kosrae, Stati Federati di Micronesia: Un altro sito archeologico della Micronesia, un'altra misteriosa città abbandonata, con mura imponenti e formazioni piramidali per ospitare le salme dei nobili, esattamente come nell'Antico Egitto.

6) Le Rai o Stone Money di Yap, Stati Federati di Micronesia: Enormi pietre circolari utilizzate dalle famiglie e dai villaggi dell'Isola di Yap per simboleggiare il loro potere. Sono le monete più grandi mai concepite.

Yap Stone Money

7) La flotta giapponese affondata nella laguna di Chuuk, Stati Federati di Micronesia: Ancora dalla Micronesia un'altra meraviglia dell'Oceania, la flotta perduta dell'Impero Nipponico, affondata durante la seconda guerra mondiale, che ora domina il paesaggio sottomarino dell'Isola di Chuuk con le sue navi, le sue mitragliatrici e anche i resti degli ultimi giapponesi rimasti a difendere questo baluardo nel mezzo dell'oceano.

Tuesday, December 2, 2014

Pillole d'Oceania, episodio 4: Cos'è la Kava?

Cos'è la Kava?
Oggi è finalmente arrivato il momento di dedicare un po' di righe ad una delle bevande più antiche, popolari e diffuse dell'Oceania.

Kava
L'aspetto della Kava
La Kava, nome di origine tongano, è chiamata a Samoa ava, awa alle Hawaii, sakau a Pohnpei, yaqona in alcune zone delle Fiji, più molte altre varianti, come il waild koniak, il "Cognac dei Selvaggi" con cui essa è chiamata a Madang, Papua Nuova Guinea: di base, stiamo sempre parlando di una bevanda ricavata dalle radici della pianta Pyper Methysticum, di colore marroncino chiaro, densa, aromatica con retrogusto amaro e con proprietà afrodisiache che vanno dal rilassamento a proprietà addirittura ipnotiche.

Sebbene sia consumata nella maggior parte delle isole dell'Oceania, essa è popolare in particolar modo a Vanuatu, dove si è originata nella sua forma attuale, e a Fiji, Pohnpei (Stati Federati di Micronesia), Tonga, Samoa, Hawaii e Polinesia Francese. Se si dovesse trovare una bevanda nazionale per i paesi del Pacifico del Sud, la Kava, che ne è il simbolo culturale, sarebbe sicuramente la prescelta.

La Kava può essere preparata masticando le radici della pianta, sputandole e trattandole su un mortaio di legno o di pietra corallina (questo era il metodo più diffuso, ovviamente bandito dai missionari), ma anche lavorando direttamente le radici sul mortaio, schiacciandole e frammentandole in pezzi via via più piccoli, e poi aggiungendo comunque l'acqua per diluire la bevanda.
Il primo metodo, ad esempio, è diffuso nell'isola di Tanna, a Vanuatu, come documentato da Paul Theroux, scrittore di viaggi che visitò l'isola e che riportò l'episodio degli indigeni e della preparazione della Kava nel suo libro "The Happy Isles of Oceania".


Kava preparazione
Cerimonia di preparazione del Kava, Polinesia
Le conseguenze dell'utilizzo intensivo di Kava non sono ancora stabilite con certezza: sebbene sia consigliato come rimedio per l'ansia viste le sue capacità sedative, la Kava è spesso considerata una vera e propria droga, tanto da essere vietata in diversi paesi (in Europa, ad esempio, la Polonia la considera illegale). Si ritiene che la bevanda più diffusa del Pacifico aumenti il rischio di insufficienza renale in chi dipende da essa, e soprattutto provochi, come d'altronde tutti gli alcolici, danni permanenti al fegato in caso di prolungato utilizzo.

Ciononostante, nel Pacifico la Kava mantiene un forte ruolo sociale: oltre al fatto che la sua preparazione richiede una cerimonia antica e curata nei minimi dettagli, la sua importanza è attestata dal suo utilizzo per dare il benvenuto agli ospiti, per essere servita alle feste locali, per favorire l'incontro fra due famiglie che devono rappacificarsi per qualche motivo ed ovviamente, come tutte le bevande inebrianti, anche la Kava è un buon motivo per stare in compagnia.

Sunday, November 2, 2014

Tour virtuale di Aitutaki, Isole Cook

Si dice in giro che Aitutaki, atollo appartenente alle Isole Cook, Polinesia centrale, possieda una delle lagune più spettacolari della Terra. Si dice anche che qui la cultura Polinesiana sia rimasta in maggioranza intatta dalle influenze esterne. Si dice anche che sia il posto perfetto per i viaggiatori che ricercano la vera purezza dei Mari del Sud, ma anche per le fortunate coppie in luna di miele che possono approdare sulle sue sponde. Si dice questo e molto altro, e allora è venuto il momento che anche Rive d'Oceania dedichi un articolo ad Aitutaki, nominato nel 2010 "Isola più bella del mondo" da Tony Wheeler, fondatore delle famose guide turistiche Lonely Planet.

Questo "tour" virtuale, come al solito, non pretende di riassumere e documentare tutto ciò che può essere detto su Aitutaki, soprattutto considerato che il suo autore, per il momento, non è mai stato sull'atollo. Unendo però documentazione sia italiana che inglese sull'isola, cercherà di presentare un ritratto il più possibile esauriente e soprattutto originale (nel senso che NON è stato copiato) e autentico, sicuramente sufficiente per chi vuole conoscere a grandi linee l'isola e per chi ci sta anche pensando come possibile meta futura.

Buona lettura...e buon viaggio virtuale.

Sunday, October 19, 2014

Bandiera delle Tuvalu: storia e significato

                            Articolo principale sulle Tuvalu

Ufficializzata nel 1978, la bandiera delle Isole Tuvalu si compone di uno sfondo celeste, con l'Union Jack inglese disegnata nell'angolo in alto a sinistra e nove stelle gialle a destra del rettangolo.

Bandiera delle Tuvalu
Bandiera delle Tuvalu
Le nove stelle rappresentano i nove atolli delle Tuvalu, il cui nome significa tuttavia "gli otto che stanno insieme". Il nono atollo, che si è aggiunto agli 8 che danno il nome alla nazione, si chiama Niulakita ed è stato ri-colonizzato nel 1949 dopo un periodo in cui era rimasto disabitato.
Il colore celeste rappresenta invece l'Oceano Pacifico, mentre l'Union Jack dimostra il forte legame ancora vivo con il Regno Unito. A testimonianza di questo legame, gli abitanti si opposero quando negli anni '90 il parlamento propose una bandiera senza l'Union Jack britannica. Inoltre, a Tuvalu sono stati in visita nel 2012 il Principe William e sua moglie Kate.

Bandiera delle Tokelau: storia e significato

                                Articolo principale sulle Tokelau 

La Bandiera delle Tokelau, territorio autonomo Neozelandese, è stata approvata dal Fono, il parlamento autonomo delle Tokelau, nel 2008, mentre prima la bandiera utilizzata dalle isole era la stessa della Nuova Zelanda. L'anno successivo la nuova bandiera è stata ratificata dalla Regina Elisabetta d'Inghilterra.

Bandiera delle Tokelau
Bandiera delle Tokelau

Le 4 stelle rappresentate sono un simbolo della costellazione della Croce del Sud, e il loro colore è un simbolo di armonia tra le isole e il popolo di Tokelau. La Croce del Sud, oltre a ricordare la posizione delle isole e la religione Cristiana, è anche un aiuto per i navigatori, che dalle stelle dipendevano sempre soprattutto quando, pescando di notte, dovevano riuscire a tornare ai loro atolli, difficili da raggiungere a causa delle loro piccole dimensioni senza l'aiuto delle costellazioni. Che la cultura dell'oceano e della navigazione sia importante si vede anche nel colore blu, simbolo dell'Oceano Pacifico e del cielo stellato che guida le vite dei Tokelauani, mentre in giallo è disegnata una canoa tradizionale delle culture Polinesiane come quella di Tokelau. Il giallo, infine, è simbolo della pace all'interno della comunità.

Wednesday, October 15, 2014

Bandiera di Wallis e Futuna: storia e significato

                         Articolo completo su Wallis e Futuna

La bandiera del territorio di Wallis e Futuna è stata adottata nel 1975, ma non essendo ufficiale a causa del nazionalismo francese imposto anche alle colonie d'oltremare, in ogni edificio pubblico e in ogni evento ufficiale viene utilizzato il tricolore della Francia.

Wallis e Futuna Bandiera
Bandiera di Wallis e Futuna



Nel riquadro in alto a sinistra si vede il tricolore francese, simbolo del legame con la madrepatria, mentre l'intero sfondo della bandiera è di colore rosso, simbolo di coraggio. Decentrato a destra, un quadrilatero bianco incrociato da due diagonali anch'esse rosse simboleggia il potere sia del governo francese che delle tradizionali monarchie che rappresentano Wallis e Futuna. Il colore bianco del quadrilatero è un simbolo della purezza di valori.

Monday, October 13, 2014

Bandiera delle Samoa Occidentali: storia e significato

               Articolo completo sulle Isole Samoa Occidentali

Ufficializzata nel 1949 e confermata dopo l'indipendenza delle isole nel '62, la bandiera delle Samoa Occidentali è stata la prima bandiera adottata da questo arcipelago che non fosse stata imposta da una potenza coloniale straniera. Si compone di uno sfondo rosso, con un riquadro blu in alto a sinistra che accoglie 5 stelle bianche.

Bandiera delle Isole Samoa
Bandiera delle Isole Samoa
Le 5 stelle del riquadro, bianche a simboleggiare la purezza, rappresentano la costellazione della Croce del Sud, ovvero le stelle chiamate come le prime 5 lettere dell'alfabeto greco: Alpha, Beta, Gamma, Delta e la piccola Epsilon. La Croce del Sud è simbolo, oltre che della posizione delle Samoa nell'emisfero Sud, anche del legame con la Nuova Zelanda, altro paese che possiede questa costellazione sulla sua bandiera nazionale.
I colori blu e rosso, infine, sono rispettivamente simbolo della libertà e del coraggio. Il rosso in particolare è il colore tradizionale dei Samoani.


Bandiera delle Samoa Americane: storia e significato

                        Articolo completo sulle Samoa Americane 

La bandiera delle Samoa Americane, ufficiale dal 1960, si compone di un triangolo orizzontale di sfondo bianco e con il bordo rosso, all'interno del quale si trova un'aquila: il resto del disegno è di sfondo blu.

Bandiera delle Samoa Americane
Bandiera delle Samoa Americane
I colori bianco, rosso e blu rimandano a quelli della bandiera degli Stati Uniti d'America, ed anche l'aquila, della specie Haliaeetus leucocephalus (Aquila di mare testabianca), è uno dei simboli più importanti degli States. I simboli Samoani sono invece tenuti, a simboleggiare la protezione che offrono gli Stati Uniti alle isole, nelle zampe dell'aquila: si tratta di una lancia da battaglia detta uatogi e di uno scacciamosche (fue), simbolo di saggezza, che veniva usato dai capivillaggi samoani nelle cerimonie.

Sunday, October 12, 2014

Bandiera dell'Isola di Pasqua: storia e significato

                   Articolo principale con collegamento sull'Isola di Pasqua

Bandiera Rapa Nui
Bandiera dell'Isola di Pasqua

Nota anche come "Reimiro", la bandiera dell'Isola di Pasqua è composta da uno sfondo bianco al centro del quale compare una mezzaluna rossa con due fessure sul lato superiore e, a gli stremi opposti, due volti umani. Questo simbolo è stato usato nelle cerimonie come pettorale per i capi villaggi, e si crede abbia una storia di più di 700 anni: oggi, il Reimiro è il simbolo identitario per eccellenza assieme ai Maori, e non di rado questa bandiera diventa anche il simbolo del separatismo anti-cileno che sta emergendo negli ultimi anni a Rapa  Nui.