Showing posts with label Storia delle Isole. Show all posts
Showing posts with label Storia delle Isole. Show all posts

Sunday, October 2, 2016

Fuga da Alcatraz: il mistero dell'evasione più ingegnosa di sempre

Quella tra l'11 e il 12 giugno del 1962 è solo in apparenza una notte come le altre, al penitenziario federale di Alcatraz.
I secondini controllano di continuo le celle per verificare la presenza dei detenuti e, quando arrivano di fronte al cubicolo di Frank Morris, lo trovano a letto come impone il regolamento. Altrettanto vale per i fratelli Clarence e John Anglin e per tutti gli altri carcerati. I tre uomini citati hanno una storia di rapine e violenze alle spalle, ma ad Alcatraz ci sono arrivati solo dopo i loro tentativi di evasione dagli istituti dove erano detenuti prima. Questo però poco importa, perchè da Alcatraz, posta sull'omonima isola a due chilometri da San Francisco, non si può fuggire con successo: 38 tentate fughe, di cui quasi tutti ripresi, uccisi o annegati nelle gelide acque della baia, e 2 dispersi.
Dopo questa notte, le tentate fughe saranno 41, e i dispersi diverranno 5. Perchè questa è la notte della "grande fuga da Alcatraz", quella che ispirerà 17 anni dopo un film con Clint Eastwood, ma le guardie se ne renderanno conto solo la mattina dopo: al fischio di rito, i tre carcerati non si alzano: e così si scopre che i pacifici volti dormienti nei letti non sono quelli di Morris e degli Anglin, ma solo una loro realistica copia. E non è l'unica idea che rende questa una delle evasioni più ingegnose di sempre.


La vita all'interno della prigione di massima sicurezza che aveva ospitato anche Al Capone non attenua certo lo spirito da evasori di Morris e dei fratelli Anglin: definita "il bidone della baia di San Francisco dove tutte le prigioni federali scaricano le mele più marce", Alcatraz aveva migliorato solo in parte negli anni '50 le condizioni precarie dei carcerati.


La storia di questa fuga inizia quindi alla fine del 1961, probabilmente dall'intelletto di Frank Morris.
Un'evasione perfetta richiede non solo di saper uscire dalla propria cella e dal carcere, ma anche di allontanarsi in fretta dalla struttura, e il tutto con la massima discrezione. Ad Alcatraz, però, le miglia di mare che dividevano l'isola dalla terraferma rappresentano un ulteriore deterrente alle fughe.

Per uscire dalla cella, Morris, i due Anglin e Allen West, un altro detenuto determinato ad andarsene, allargano con utensili di ferro e posate rubati il condotto dell'aria sottostante ai lavandini delle loro stanzette. Il tutto richiede molti mesi di lavoro serale, durante i quali Morris suona l'armonica per fare in modo che il rumore non venga notato dai secondini.

Il cunicolo si apre dall'altra parte in un corridoio di servizio non sorvegliato.
Una volta allargato il cunicolo, a turno i quattro detenuti trascorrono le sere, solo nei minuti di intervallo tra alcuni dei 13 controlli giornalieri che effettuano le guardie nelle celle, in uno spiazzo di questo corridoio. Lì preparano una zattera e dei giubbotti di salvataggio usando degli impermeabili e, con carta igienica, sapone e capelli veri, volti umani destinati a sostituirli nei letti al momento della fuga.

Una delle celle dei detenuti, con il cunicolo per la fuga 
Morris e compagni rimuovono poi una botola che da sul tetto dell'edificio, raggiunta arrampicandosi sui tubi nelle pareti del corridoio di servizio.

Così è tutto pronto per la loro evasione, che ha luogo la notte dell'11 giugno 1962. Allen West non raggiunge in tempo i suoi tre complici, poichè non rimuove abbastanza in fretta la griglia che nasconde il cunicolo per la fuga. Morris e i fratelli Anglin salgono allora sul tetto, scendono da un condotto a terra e poi, dopo aver scavalcato un muro di 50 metri, abbandonano la struttura dall'unico angolo non sorvegliato, dove gonfiano la zattera con una concertina, uno strumento musicale simile a una fisarmonica e si avventurano in mare. Da qui in poi nessuno avrà più notizie di loro.

Da sinistra: Frank Morris, Clarence e John Anglin
West, che collaborerà con gli investigatori per non essere punito vista la sua complicità nell'evasione, dichiarerà che i tre puntavano a raggiungere Angel Island, a nord, per poi raggiungere la terraferma, rapinare un negozio e rubare un'auto. Ufficialmente, nulla di ciò sarà riportato nella zona, mentre un taccuino con indirizzi dei parenti degli Anglin verrà invece rinvenuto mentre galleggia nella baia. Il terzo indizio a causa del quale le autorità sosterranno la morte dei tre evasi fu la testimonianza della nave norvegese SS Norefjell, che al largo della California avvista, senza avvicinarsi, un corpo vestito in modo simile a quello del detenuto medio di Alcatraz. Infine, l'FBI troverà ad Angel Island, abbadonata e rovinata.

Nonostante questi indizi, che porteranno alla chiusura del caso nel 1979, l'ipotesi suggestiva secondo cui almeno qualcuno di loro sia ancora vivo riecheggia ai nostri tempi in programmi come quello mandato in onda dalla National Geographic nel 2011, che sostenne fossero state trovate impronte umane allontanarsi dai resti della zattera, e che un furto d'auto nella zona fu effettivamente riportato. Se non si trattava solo di scoop che contraddiva la versione ufficiale per scopi di audience, allora la fuga potrebbe aver ottenuto per davvero successo, e Morris con i fratelli Anglin potrebbero essere ancora in circolazione, probabilmente al di fuori degli USA.
Un mistero, forse, destinato a non essere mai risolto.

Thursday, June 30, 2016

4 fatti fondamentali da sapere sul Kilt

Se dico Kilt dico Scozia, e viceversa: è indiscutibile che questo particolare capo di abbigliamento sia un simbolo, o il simbolo, della (quasi) nazione dell'Europa del Nord dove ogni autentica famiglia locale ne possiede almeno uno. Eppure, sapevate che lo sviluppo del Kilt moderno e la sua popolarità sono dovuti proprio ai sempre scomodi vicini degli Scozzesi, gli Inglesi? Ed è vero che al di sotto di un Kilt non si dovrebbe indossare nulla?

Entriamo nel mondo di questo pezzo di Scozia attraverso 4 punti:

1) Discende da un indumento molto più ingombrante: letteralmente, una coperta.
La Scozia è sempre stata una terra isolata ed estrema, tanto che i Romani non vollero disturbarsi a conquistarla, preferendo isolarla erigendo un muro (Donald Trump approves), e gli inglesi hanno sempre faticato nel comandarla.
All'interno della Scozia esiste poi una regione ancora più impervia, l'estremo nell'estremo: le Highlands, dove inizia la storia del Kilt. In origine questo era un esteso manto di lana che poteva in parte circondare la vita e in parte essere usato, ad esempio, come mantello o coperta. Risultava adatto al clima poco generoso per l'uomo delle "Terre Alte" e poteva essere di colore omogeneo o diversificato in trame note come "tartan scozzese".

Le Highlands (Fonte)


Nel 1720 poi, un imprenditore della contea inglese del Lancashire, Thomas Rowlinson, decise che fosse meglio cambiare l'abbigliamento dei boscaioli e minatori che la sua compagnia assumeva, con l'introduzione di un Kilt meno esteso, limitato a circondare la parte del corpo che va dalla vita alle ginocchia. L'invenzione, che alcuni storici ritengono tutt'oggi sia però anteriore all'arrivo di Rowlinson, ebbe grande successo: specialmente perchè il movimento del Romanticismo, che si stava sviluppando all'epoca, adottò il Kilt moderno di Rowlinson come simbolo della storia secolare delle affascinanti culture delle Highlands scozzesi, senza considerare che la sua introduzione fosse recente.

Se in un primo momento gli inglesi ne vietarono quindi l'utilizzo, fu poi proprio un altro inglese (e non uno qualunque) a rilanciarne il valore.

2) Il re inglese che si presentò in Kilt
Nel 1822, Re Giorgio IV, su consiglio del baronetto Sir Walter Scott, visitò la Scozia e dimostrò interesse per la cultura locale anche indossando egli stesso l'ormai famoso capo di abbigliamento. Un'idea simile l'avrebbe avuta in seguito anche la più famosa Regina Vittoria, vestendo con il Kilt i suoi stessi figli, in alcune occasioni. Sebbene il processo di pacificazione tra l'indomabile Scozia e l'Inghilterra avrebbe richiesto ancora molto tempo, l'approvazione della monarchia inglese fu, paradossalmente, la spinta decisiva all'adozione del Kilt come simbolo della cultura scozzese.
Così nel diciannovesimo secolo il suo utilizzo tornò in auge, specialmente nelle occasioni formali.

Vignetta inglese satirica sul dilemma del "Vero scozzese"
3) Il dilemma del "True Scotsman"
Un vero scozzese, secondo la connotazione ironica del termine, dovrebbe indossare il Kilt senza mutande o simili. Si tratta di una leggenda metropolitana o è davvero ciò che imporrebbe la tradizione?

Semplice: non esiste una risposta univoca.
I soldati scozzesi, gli unici che potevano indossare il Kilt nel '700 (il periodo in cui la monarchia lo vietò alla gente comune), erano soliti non portare niente al di sotto di esso, ma con il passare del tempo la norma perse di importanza, tanto che alcuni sergenti iniziarono a fare utilizzo di specchi per assicurarsi che i loro sottoposti si vestissero in modo consono.

True Scotsman? (Fonte)
Anche oggi le opinioni divergono: tra i famosi scozzesi, Andy Murray, il tennista, ammette di non essere un "True Scotsman", mentre chi ha seguito la Formula1 negli ultimi anni forse ricorderà un certo pilota di nome David Coulthard, scozzese che invece è favorevole alla tradizione del "niente sotto il Kilt". Come lui evidentemente anche un soldato scozzese che nel 1997 attirò l'attenzione della stampa quando partecipò a una cerimonia militare a Hong Kong, in una giornata di forte vento...

Per quanto mi riguarda, comunque, quando andrò in Scozia e troverò un uomo vestito in Kilt, non mi interesserà controllare. :)

4) Il Kilt ha rappresentato il punto di inversione nel tradizionale utilizzo della gonna.
In che senso? 
Un tempo la gonna, o degli abiti che ne ricordavano molto la forma, erano un abito anche maschile: pensiamo per esempio ai Romani, che non comprendevano i "calzoni" (=pantaloni) dei barbari del Nord, tra cui c'erano anche i Caledoni, antenati degli Scozzesi. Eppure oggi, proprio i discendenti di chi usò per primo i pantaloni sono fieri di sfoggiare il Kilt, mentre nel resto d'Europa un uomo che si veste con la gonna, nel migliore dei casi, viene guardato storto.

Friday, June 3, 2016

Curiosità del mese, giugno 2016: da dove viene il nome Bikini?

Che cosa lega una minuscola isola del Pacifico orientale, il cui nome significa "superficie ricoperta di noci di cocco", con il costume da bagno più diffuso e ammirato che esista?

Una bomba. Anzi, molte bombe: quelle nucleari sganciate dal 1946 in poi dal governo degli Stati Uniti per testare come l'ambiente delle isole e le navi vicine venissero danneggiati, e potessero eventualmente recuperare, dalla detonazione di ordigni più potenti di quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Detonazione nucleare Baker
I test nucleari furono anticipati dall'evacuazione degli abitanti nativi di Bikini, ai quali fu promesso di poter tornare. Invece, nessuno di loro potè farlo stabilmente: alcuni morirono di fame dopo essere stati rilocalizzati sulla minuscola isola di Kili, altri si trasferirono in atolli vicini, altri negli Stati Uniti.

Quattro giorni dopo il primo test nucleare, Louis Reard, stilista francese, lanciò l'oggi famoso -e al tempo iper-provocante- costume da bagno: lo chiamò Bikini, come l'atollo, perchè sperava la sua invenzione potesse rivelarsi altrettanto esplosiva sul mercato.

E così fu.

Bikini, Repubblica delle Marshall, dal satellite: in alto a sinistra, l'improvvisa rientranza blu lungo la laguna dell'atollo è il cratere lasciato da una delle detonazioni

Tuesday, May 31, 2016

Wake, dove paradiso e inferno si intrecciano (ma l'inferno vince...)

Così piccolo, eppure così grande: Wake, come buona parte degli atolli del mondo, si può esplorare tutto in poche decine di minuti, e la sua siderale distanza dalle altre isole e continenti non può che amplificare il senso di "nulla" che si prova camminando in questo granello di sabbia bianca desolato, come se anche le più umili piante declinassero gentilmente l'invito a crescere qui.

Ma nella storia moderna dell'uomo, questo posto si è ritagliato un ruolo onorevole considerate le sue dimensioni: e quindi, a suo modo, Wake è anche grande. Come non definire grande un luogo che include in sè, infatti, sia il paradiso che l'inferno? II paradiso, quello delle acque cristalline e del primordiale e immacolato silenzio che si può godere nelle sue spiagge soleggiate, e l'inferno, quello dove le stesse acque diventano rosso come il sangue dei soldati e il silenzio viene bombardato dai suoni di una guerra che proprio qui conobbe una delle battaglie più violente, e degne di essere raccontate, del secolo scorso.

Benvenuti a Wake insomma, che vi piaccia o no essere qui.

Paesaggio di Wake (Fonte)

Thursday, May 19, 2016

Il sangue del Madagascar

Veduta dal satellite del delta del fiume Betsiboka
Sorvolarlo e fotografarlo è come osservare una profondo taglio che ci siamo procurati, accompagnato da una fastidiosa e preoccupante uscita di sangue. Solo che quello del Betsiboka, uno dei maggiori corsi d'acqua del Madagascar, non è il sangue di una sola persona: è il sangue di un'isola intera, forse proprio di tutta la Terra, spogliata, scavata e ferita nel suo cuore.

Dagli altipiani del Madagascar centrale, il fiume Betsiboka discende verso nord-ovest fino a sfociare nel Canale di Mozambico, in un tratto di costa tropicale dove si trovano alcune delle barriere coralline più belle del continente africano.


Lungo il suo percorso, tuttavia, solo un minimo tratto del fiume si addentra nelle foreste vergini che ricoprivano la terra malgascia, e che ospitavano animali introvabili in qualsiasi altro posto della Terra.
Gran parte di quel mondo è scomparso, disboscato e sostituito da aridi savane o campi coltivati che permettono alla gente di sopravvivere: e quando le piogge bagnano questo panorama, il suolo viene eroso, finendo nel corso del Betsiboka e di tutti gli altri fiumi del Madagascar, il cui colore diventa di un intenso rosso, come a ricordare il sangue che esce da una ferita. I sedimenti vengono portati verso il mare, soffocando le barriere coralline e ostacolando la navigazione.

La deforestazione a fini agricoli, con il tempo, morde peraltro la stessa mano che l'ha nutrita: i terreni disboscati si erodono più facilmente e perdono la produttività presto, con la conseguenza che nuovi tratti di foresta devono essere eliminati. Questo avviene anche in Amazzonia, e in tutti i luoghi dove ragionando solo sul breve termine conduce a disastri...sul lungo termine.

Alba al parco nazionale di Ankarafantsika
Uno degli ultimi luoghi attraversati dal Betsiboka dove ancora sopravvive il Madagascar originale si trova a pochi chilometri dalla foce del fiume.
Si tratta del parco nazionale di Ankarafantsika, in cui trovano casa ben 8 specie di lemuri e decine di rettili tra cui anche Erymnochelys Madagascariensis, la "tartaruga dalla testa grande" del Madagascar, sconosciuta ai più ma non alla medicina tradizionale asiatica: la passione di chi trova in ogni specie rara o esotica un rimedio alle malattie o un magico fattore di benessere (talvolta perfino di crescita del pene...) è costata a questa specie e a molte altre il rischio di estinzione.

Luoghi come questi, in una Terra che sanguina ancora ovunque, sono i baluardi dove ancora scorre vita e sulle cui sponde si può ancora coltivare il futuro.

Vegetazione del parco (Fonte)


Sunday, May 1, 2016

Curiosità del mese, maggio 2016: quando New York stava per soffocare

C'è stato un momento nel corso della storia in cui New York, uno dei centri attorno a cui ruota il mondo moderno da più di un secolo, stava per soffocare assieme a molte altre grandi città.

Non era per colpa dell'acqua dell'oceano Atlantico che circonda l'isola di Manhattan, nè per lo smog (non ancora almeno): la Grande Mela soffriva l'eccessiva presenza di cavalli...con tutte le conseguenze che ne derivano. Questo stava accadendo a cavallo (scusate il gioco di parole...) tra la fine dell'800 e il primo '900.

Milioni di abitanti con le loro esigenze, avevano portato la loro popolazione di cavalli, il principale mezzo di trasporto dell'epoca, a oltre 150 000 nel 1880 (e sarebbe ancora aumentata).
Oltre al letame prodotto da così tanti animali, 1300 tonnellate giornaliere che gli statistici stimavano avrebbero sommerso la città con uno strato di due metri (!!!) in pochi decenni, anche il (mal)trattamento dei cavalli stava rendendo la città invivibile.

Cavallo morto abbandonato per strada a New York
La durata di vita media di un cavallo da trasporto per le ingombre vie di New York era infatti di appena due anni, a causa di fatiche, malattie e poca cura riservata dai padroni: una volta morti, inoltre, le loro carcasse venivano lasciate a marcire in mezzo alla strada.

La soluzione di William P. Eno, che introdusse i primi segnali stradali, come lo STOP, e inventò anche l'attraversamento pedonale, l'isola pedonale e i sensi unici per regolarizzare il traffico, non bastò: per evitare che New York divenisse una città piena di merda di animali morti, incidenti e malattie relative, la tecnologia avrebbe fornito presto la soluzione...e così, tra il 1900 e il 1912, il numero di automobili vendute negli States aumentò di 89 volte (cioè + 4000 %), dando inizio all'era industriale dell'auto e liberando gli uomini dai troppi cavalli...e viceversa.

Sunday, April 24, 2016

La grande storia del surf tra sesso, magia e cultura Hawaiiana

                                              "Fuori dall'acqua io non sono nulla."
                                                         (Duke Kahanamoku)

Quella del surf è una storia che nasce con la congiunzione dell'uomo ai suoi istinti naturali, dal sesso ad un'unione quasi Divina con l'oceano: una capacità di collegarci alla semplicità del nostro essere che nel tempo è stata tradotta in una storia di libertà e divieti, nella vita di una cultura, quella Hawaiiana, dimenticata e solo in parte riscoperta, ma che oggi ci ha lasciato in eredità uno degli sport più popolari del mondo.

Origine e significato del surf
L'arte (perché di arte si tratta) di cavalcare le onde si è probabilmente sviluppata in Polinesia molti secoli fa, quando l'Europa nemmeno conosceva l'Oceano Pacifico, e viceversa. Di preciso, non è chiaro se la patria del surf siano le Isole Samoa, le Tonga o la Polinesia Francese, o forse perfino le isole Indonesiane. Di sicuro, gli indigeni che dalla Polinesia raggiunsero le Hawaii furono i fondatori del surf vero e proprio, quello che assunse un'aura di sacralità quasi fosse una religione e che tanto stupì -ed indignò- gli europei guidati da James Cook che approdarono alle Hawaii nel 1778.

Illustrazione degli indigeni di Hawaii (Fonte)

Tuesday, April 19, 2016

Atlantide era proprio in Grecia?

Una delle prime civiltà avanzate dell'Europa, con centinaia di città dove sorgevano palazzi e labirinti e da cui si districava una rete di commerci diffusa a ragnatela in ogni angolo del Mediterraneo orientale...e un devastante evento storico proveniente dallo stesso mare a cui questo mondo doveva la vita.
La civiltà Minoica, in anni ancora da precisare, fu infatti travolta e quasi annientata dallo tsunami che seguì l'eruzione del vulcano Thera, l'attuale splendida isola di Santorini.

Gli elementi per una grande storia ci sono tutti, e forse lo pensò anche Platone quando scrisse per la prima volta di Atlantide, la mitica città-stato forse ispirata al mondo minoico, alla sua potenza e alla sua terribile fine.

Affresco degli elementi ricorrenti del mondo minoico: palazzi, navi e ovviamente il mare

Saturday, April 9, 2016

Tortuga: la terra dei pirati da Henry Morgan a Jack Sparrow

Nel Mar dei Caraibi, a nord della più famosa e paradisiaca Hispaniola, l'isola che ospita le nazioni di Haiti e della Repubblica Dominicana, giace un'isola rocciosa, dalla natura dura come la corazza di una tartaruga (a cui deve il nome), raggiungibile solo da uno stretto porto naturale.
Ecco a voi Tortuga, difficile da approcciare e da possedere, per questo la perfetta roccaforte per un mondo ai limiti della legge ma al centro della storia dei Caraibi e delle sue storie migliori: quello dei pirati.

Capitan Jack Sparrow e Gibbs in una locanda di Tortuga ne "I Pirati dei Caraibi"















Storia di Tortuga
Ma come è arrivata Tortuga ad essere il rifugio dei peggiori (o migliori?) pirati e fuorilegge che operavano nei Caraibi?

Thursday, March 31, 2016

I Bajau: viaggio nel mondo dei nomadi dell'oceano

Un elemento pericoloso e inospitale quanto affascinante, il mare è per alcuni un mondo da cui tenersi lontani, per altri una fonte di divertimento, di sostentamento o addirittura una casa: c'è chi ha deciso di mollare tutto per vivere in barca a vela. e chi da millenni solca le distese dell'oceano e che si è adattato al punto da veder meglio sott'acqua, dal sentire il "mal di terra" quando scende dalla propria barca e che può raggiungere i 5 minuti di apnea, tanto i suoi polmoni sopportano le immersioni.
Il mondo appena citato è quello dei Bajau, un popolo di nomadi del mare che chiama "casa" una delle aree di oceano più spettacolari del Pianeta Terra, il Triangolo dei Coralli.

Bambini in acqua vicino ad una casa Bajau (Fonte)







Da dove vennero i nomadi del mare
Non sono chiare le origini di questo popolo Austronesiano, oggi diffuso in maggioranza lungo le coste di Malesia (Regione di Sabah), Sultanato del Brunei, Indonesia (Isole del Borneo e di Sulawesi), Filippine (Isole Palawan e Mindanao).

Alcuni Bajau, a tal proposito, raccontano di essere stati un tempo sudditi di un ricco re che incaricò loro di salpare verso l'oceano per cercare sua figlia, rapita da alcuni pirati. Non riuscendo nella missione di ritrovare la principessa, essi rimasero a vivere, per vergogna, in mare.

Tuesday, March 1, 2016

Non solo il Dodo: la lista nera degli uccelli estinti di Mauritius

Il Dodo, quel parente stretto dei piccioni dal grosso becco e alto fino ad un metro, è uno dei più famosi casi di estinzione della storia, tanto da essere stato inserito, assieme ai Mammut, in diverse liste di potenziali animali "resuscitati" dall'estinzione grazie alle tecniche sperimentali di ingegneria genetica.
Non a caso, proprio in un film con protagonista un Mammut e i suoi compari preistorici, la scomparsa del Dodo viene ironicamente narrata, assieme alla presunta stupidità (smentita), dell'uccello.
La clip è inserita nell'Era Glaciale:


L'estinzione del Dodo è la più famosa ed una delle più veloci, ma non certo l'unica tra quelle avvenute a Mauritius, isola dell'Oceano Indiano meridionale.

Qui, dove convivono influenze culturali inglesi, francesi, indiane e africane, arrivano svariate migliaia di viaggiatori ogni anno per godersi uno dei più noti paradisi tropicali della terra. C'è chi si interessa alle spiagge e chi al meno noto entroterra, dalle cui alture si può lanciare lo sguardo sulle montagne e le colline, le città costiere come la capitale Port Louis che rievocano l'atmosfera coloniale e l'oceano blu, i verdi campi di canna da zucchero e, di un verde più scuro, le ultime foreste rimaste.

Il tutto è suggestivo, ma molto diverso da come doveva apparire a inizio '600, quando i primi abitanti si stabilirono qui. Prima, le forme delle navi si potevano solo intravedere sfumate nel torrido orizzonte dell'Oceano, ora attraccavano, liberando animali domestici, ratti e soprattutto uomini. Al brulicare dell'avifauna, al ticchettio della pioggia e al soffio del vento, i principali suoni di un'isola lussureggiante ma disabitata, si aggiunsero il crepitare del fuoco, il crollo degli alberi e soprattutto le migliaia di voci divise nelle decine di lingue di marinai, prigionieri, cercatori di fortuna, missionari e pirati.

Il fascino che ha oggi Mauritius, insomma, è diverso da quello che c'era 400 anni fa, e che in pochi decenni cambiò del tutto.

La vista sull'entroterra di Mauritius (Fonte)

Alla caccia dei marinai e dei primi coloni-esploratori, si unirono la deforestazione le specie invasive, soprattutto cani, gatti, maiali, ratti e perfino macachi, che furono introdotti e si fecero scorpacciate di uova e di ingenui uccelli. Ingenui perchè, come per altre specie in altri luoghi del mondo, non temevano l'uomo, mai visto e ritenuto innocuo. Rappresentativi non solo gli esempi del Dodo e delle Oche di Mauritius, che erano solite riunirsi in gruppi e non fuggivano nemmeno quando i cacciatori iniziavano a sparare contro di loro, ma soprattutto quello del Parrocchetto Grigio di Mauritius e Riunione, un pappagallo estinto nel '700, particolarmente facile da cacciare: bastava prenderne uno perchè esso attirasse tutto il resto dello stormo, che finiva così in trappola.

Illustrazione della caccia al pappagallo
Ad arricchire la lista nera, oltre al Dodo, alle Oche di Mauritius e al Parrocchetto Grigio, c'è anche il Piccione Blu di Mauritius, col caratteristico e folto piumaggio bianco attorno al collo, il corpo bluastro che gli da il nome e la coda rossa: l'alternanza di questi tre colori lo ha anche reso noto come "piccione olandese".

Piccione blu di Mauritius imbalsamato (Fonte)
E la lista non finisce qui: un airone, un'alzavola (simile alle anatre), una civetta, un pappagallo dalla caratteristica cresta di piume sul volto (il pappagallo a becco grosso) e una folaga, un uccello acquatico con le carni dal cattivo sapore, insufficienti a salvarlo: intere popolazioni furono completamente sterminate in due anni.

La scomparsa della vecchia Mauritius portò con sè tutte queste specie (solo di uccelli), di cui oggi possiamo ipotizzare l'aspetto e il comportamento solo sulla base di descrizioni, fossili, e pochissimi esemplari imbalsamati.
Se la scienza può però ancora dire qualcosa su di loro, quantomeno per ricordarci che non dovremmo permettere simili disastri per altre specie, la cultura è abbastanza ingenerosa. Infatti, a parte la rappresentazione del Dodo nelle rupie di Mauritius e nello stemma nazionale, tutto ciò che rimane di questi uccelli è un detto diffuso nella lingua inglese: "to go the way of Dodo", letteralmente "andare per la strada del Dodo", cioè diventare antiquato, vecchio, essere messo da parte...in altre parole, estinguersi.


Sunday, February 21, 2016

1944: Quando la Sicilia poteva diventare uno stato degli USA

C'è chi lo vorrebbe anche oggi, e non solo come provocazione (vedi qui), e chi lo ha voluto in passato, forse anche con qualche speranza molto lontana di successo.

L'idea in questione è quella di rendere la Sicilia uno stato americano (adesso diverrebbe il 51esimo, nel '44 sarebbe stato il 49esimo), e, al di là della difficile realizzazione della proposta, non è nè incomprensibile nè nuova.

Le navi degli alleati presso Gela (Fonte)
Dopo lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky) del 10 luglio 1943, la Sicilia, già una delle regioni più provate dalla crisi dello stato italiano (come oggi), fu invasa ed occupata dalle truppe alleate, che l'esercito regolare italiano non riuscì a contrastare.
Il rapido avanzare degli Alleati verso nord, l'armistizio di Cassibile e il conseguente isolamento della Sicilia dallo stato centrale, inasprì il senso di abbandono della popolazione.

Così nel 1944, mentre la guerra era ancora in atto, il Partito della Ricostruzione, che affermava di avere 40 000 iscritti, sostenne che la rifondazione della Sicilia dovesse passare attraverso un'annessione agli Stati Uniti, che già l'avevano occupata e che avrebbero potuto così dare un futuro migliore all'isola disastrata.

Non fu l'unico movimento che propose la secessione della Sicilia dall'Italia: tra gli altri, anche il Movimento Indipendentista Siciliano. Questo, rifondato peraltro di recente e attivo già prima dello sbarco, intratteneva al tempo legami con la mafia e ottenne, nel 1947, quasi il 9 % dei voti regionali.
Legami con la criminalità confermati dalla collaborazione con il Robin Hood di Sicilia, Salvatore Giuliano, che ottenne potere durante la guerra e nei primi anni dopo il conflitto, e fu uno dei criminali più noti del suo tempo.

Salvatore Giuliano, fuorilegge che si mise a capo del Movimento Indipendentista Siciliano
Nemmeno la sua forte influenza, unita al forte malcontento della gente e alla necessità degli Stati Uniti di mantenere basi strategiche nel Mediterraneo, fu però sufficiente a realizzare il progetto, effettivamente, molto complicato, di portare la Sicilia ad essere la 49esima stella della bandiera americana.

Wednesday, February 17, 2016

Sri Lanka: vita (e morte) degli elefanti accanto agli uomini

Esemplare maschio, uno dei pochi con le zanne (Fonte)
Si potrebbe parlare degli elefanti dello Sri Lanka con commoventi immagini di piccoli appena svezzati, citando i 5 parchi nazionali che il governo ha istituito per proteggerli, proponendo le foto dei viaggiatori estasiati che li accarezzano, o ancora parlando di un luogo unico al mondo come il Pinnawala Elephant Orfanage, dove gli orfani di elefante vengono cresciuti e curati per poi essere rilasciati in natura.

Oppure si potrebbe fare il contrario: partendo dalla considerazione che se esiste perfino un orfanotrofio per elefanti, allora troppi ne sono morti in natura lasciando privi di cure i piccoli, vi potrei raccontare di come le popolazioni di Elephas maximus maximus, la sottospecie nativa dello Sri Lanka, siano precipitate del 65 % in un secolo, di come molti finiscano tutt'oggi vittima del conflitto con l'uomo, o in mezzo ai conflitti dell'uomo, camminando sulle mine che ricordano la trentennale guerra civile che ha dissanguato il paese fino al 2009.

Ma io non farò nessuna delle due cose: nè la visione idilliaca nè quella disfattista, perlomeno non da sole, racconterebbero davvero la storia del rapporto tra uomini ed elefanti di questa bellissima nazione, "la perla dell'Oceano Indiano".

Giovane elefante che ha perso parte della zampa anteriore destra a causa di una mina (Fonte)

Friday, January 22, 2016

Solentiname, Nicaragua: piccole isole con una grande storia

Isole Solentiname (Fonte)
Una descrizione idealizzata delle Isole Solentiname, in Nicaragua, suonerebbe più o meno così:

Esiste un arcipelago pressochè intatto di isole tropicali, il cui splendido verde si specchia sulle acque azzurre di un antico lago dell'America Centrale, uno dei luoghi più ricchi di storia e biodiversità della Terra. E qui, all'alba come al tramonto, vediamo il sole salire e poi scomparire dalle rive del lago, illuminando nel frattempo la vita delle poche anime di questo luogo: contadini e pescatori che fanno anche i pittori e gli scultori, religiosi eppure seguaci di una setta scomunicata dal Vaticano stesso, abitanti di un arcipelago così piccolo e appartato e, tuttavia, al centro dei cambiamenti non solo del loro Nicaragua, ma di tutto il Centroamerica. 


L'attracco a San Fernando (Fonte)
Per quanto le descrizioni idealizzate non funzionino quasi mai, per le Solentiname quanto scritto sopra è perfettamente adatto: le isole dell'ospitalità, da questo deriva il loro nome, sono proprio così.

Friday, March 27, 2015

Polinesia: il mito delle isole del sesso e dell'amore

"I Tahitiani non hanno altro dio che l'Amore, ogni giorno è consacrato ad esso, l'isola intera è il suo tempio, le donne i suoi idoli e gli uomini i suoi adoratori."
                                            (Philibert Commerson)

Le tre isole più famose della Polinesia Francese, Tahiti, Bora Bora e Moorea, sono spesso chiamate dai tour operators "le isole dell'amore". Questo soprannome è vecchio di secoli e risale ai primi incontri tra gli europei e gli abitanti della Polinesia, nel 1700. Ma l'amore a cui si riferiscono le agenzie di viaggi di quest'epoca, quello di chi va a Tahiti per trascorrere la luna di miele, non è esattamente la versione che intendevano i marinai che arrivavano in queste isole.

La citazione che ha iniziato questo articolo appartiene a un naturalista francese che visitò Tahiti durante il suo giro del mondo tra il 1766 e il 1769, descrivendo i costumi dei Polinesiani, e notando, come gli indigeni fossero disinibiti rispetto ai canoni europei, come le donne si concedessero facilmente (ai mariti ma anche agli amici dei mariti) e come l'"amore libero", il sesso praticato in pubblico per puro piacere, fosse diffuso e accettato in quel paradiso tropicale privo di qualsiasi condizionamento della cultura europea.

Nativi Tahitiani, XVIII secolo
Lo stesso stupore lo avevano provato prima di lui, e l'avrebbero provato in seguito, le migliaia di altri europei, avventurieri, navigatori, balenieri, marinai e, chiaramente, anche missionari, che visitarono la Polinesia.
Dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri di oceano, affrontando intemperie, freddo, malattie e mancanza di donne, per i marinai trovare un luogo caldo dove sinuose donne dalla nuda pelle bruna salivano nelle loro navi concedendosi spontaneamente, doveva rappresentare il ritorno all'Eden primordiale.

Gli europei notarono anche un'altra particolarità della cultura polinesiana: la presenza di mahu, ovvero di maschi cresciuti come femmine dalle loro rispettive famiglie. Questo accadeva soprattutto per il primo figlio maschio di ogni famiglia che, cresciuto secondo i canoni della femminilità, avrebbe dovuto riunire in sè tutte le qualità maschili e femminili. La tradizione del mahu, diffusa (sebbene molto meno) anche ora, colpì all'epoca la gente del Vecchio Continente tanto quanto il sesso libero, e da lì il passo per far nascere il mito di Tahiti come l'isola dell'amore e del sesso era breve.

Tahitiani fotografati a fine '900 in una missione protestante











Oggi, però, questo mito non è più vivo, almeno nelle sue forme originali.
Il 5 marzo 1797, missionari inglesi sbarcarono a Tahiti e diedero inizio a un veloce processo di cristianizzazione protestante degli indigeni. Dopo la conversione del monarca, la gente abbandonò presto i propri culti pagani e abbracciò la nuova religione.
I missionari imposero di rinunciare al sesso libero, alla nudità, alle altre tradizioni nel campo del sesso e, in compenso, diedero in cambio nel corso dell'800 Sacre Bibbie e alcool.

Paul Theroux, scrittore americano che negli anni '90 visitò Tahiti, notò come, paradossalmente, nell'isola fosse più facile vedere nude le turiste francesi, provenienti da una nazione che un tempo si scandalizzava per la nudità, che le Tahitiane, per le quali 200 anni fa la nudità era la norma.

Tutto ciò che oggi rimane del mito delle isole del sesso e dell'amore sono i depliant dei tour operators per coppie in luna di miele e, purtroppo, la forma di turismo più perversa, ben diversa dal mito dell'amore dei marinai del 1700: il turismo sessuale.

Wednesday, March 11, 2015

Roi Mata: la vita e la morte del più grande re delle Vanuatu

Il "Giulio Cesare" delle Isole Vanuatu, Roi Mata è stato uno dei capi e dei condottieri più celebrati e temuti dell'Oceania. Numerose leggende dell'arcipelago narrano della sua forza, della pace di cui la gente godeva sotto il suo comando e di vari aneddoti riguardo la sua vita, compreso quello sulla sua misteriosa fine.

L'entrata della grotta di Fels, Isola di Lelepa, dove morì Roi Mata 
Come spesso accade per le grandi figure della storia, spesso è difficile comprendere fino a che punto ciò che viene raccontato sia veritiero, specialmente quando la storia, come a Vanuatu, è stata tramandata oralmente per secoli.

                                         La scoperta


Del capo dei capi Roi Mata l'esistenza stessa non è stata confermata se non nel 1967, quando l'archeologo Josè Garanger guidò uno scavo nell'Isola di Artok, rinvenendo una cinquantina di scheletri e confermando le leggende che lo volevano sepolto lì con la sua famiglia.
La data della scoperta, 1967, distava circa sette secoli dall'anno in cui morì Roi Mata secondo le leggende locali: il tutto è curioso se si pensa che, dopo la sua morte, era stato proclamato dagli indigeni un taboo lungo proprio 700 anni, ovvero il divieto assoluto di toccare il suolo dell'Isola di Artok in rispetto alla fama del grande re.

Appena trascorsi i 700 anni, l'archeologia avrebbe riportato alla luce i resti di una delle figure più influenti della storia di Vanuatu, la cui storia ha portato l'UNESCO, nel 2008, a dichiare patrimoni dell'umanità la tomba di Roi Mata e la grotta di Fels, una cavità nel tufo vulcanico profonda 47 m dove egli morì.

Il presunto scheletro di Roi Mata
                                               La vita del re
Si dice che Roi Mata potesse controllare la quantità di pioggia sui campi e l'abbondanza di pesce lungo le coste. Questa è probabilmente una leggenda che la memoria orale degli abitanti di Vanuatu ci ha consegnato.

Si dice però anche che, dotato di grande carisma e magnetismo, Roi Mata fosse riuscito per primo a riunire le numerose e aggressive tribù cannibali delle Vanuatu di 800 anni fa, stabilendo una pace duratura, aumentando il potere delle donne, diminuendo il numero di duelli fra clan e unificando sotto il suo potere diverse isole. Questa, invece, è probabilmente una storia realmente accaduta. E come tutti i grandi e carismatici capi della storia, anche lui ha un posto di riguardo nella storia del suo paese.

Il rituale della pace, oggi rappresentato dagli indigeni per i turisti, fu in origine una festa creata da Roi Mata per cementificare l'unione tra i villaggi
                                                   La morte 
A sollevare molti interrogativi non è tuttavia solo la vita del grande re, ma anche e soprattutto la sua morte.
Le leggende dicono tutte che Roi Mata morì dopo aver mangiato. Sulla causa, però, non c'è accordo univoco: alcune dicono che egli morì dopo essere stato avvelenato dal fratello, geloso del suo potere, e altre che morì a seguito di un'indigestione.

Rappresentazione
di Roi Mata, grotta
di Fels
Qualunque fosse la causa, Roi Mata morì nella grotta di Fels, nell'Isola di Lelepa (appena al largo dell'isola maggiore Efatè) e poi da lì, secondo i racconti, fu portato ad Artok, il luogo dove fu sepolto, attraverso le caverne sotterranee di Tukutuku. L'esistenza di queste caverne è stata effettivamente verificata, ma non si è trovato il passaggio sottomarino che connetteva l'isola di Lelepa con l'isola di Artok.

Presso Artok il grande re fu sepolto assieme ad una cinquantina di altri individui, i quali si erano sacrificati, volenti o nolenti, per poterlo accompagnare nell'aldilà. Tra di essi c'era almeno una delle sue dieci mogli e vari individui anziani, ammalati, orfani, o presunte streghe: tutti "scomodi" alla società e quindi epurati volentieri, tramite avvelenamento, strangolamento o sepoltura da vivi.

Infine, fu dichiarato il tabù e l'inviolabilità dell'isola (fanua tapu): secondo gli indigeni, sulla tomba di Roi Mata non sarebbe ricresciuta la rigogliosa vegetazione che ricopriva il resto di Artok, e infatti, quando nel 1967 Garanger esplorò l'isola, scoprì il sito della sepoltura proprio al di sotto di una radura completamente spoglia nel mezzo della foresta tropicale.
La mancanza di presenza umana, anche di semplici navigatori indigeni che osassero approdare per dormire o rifugiarsi da una tempesta, ha reso Artok un paradiso per la sua flora e la sua fauna.
Un magnifico giardino naturalistico degno di ospitare la salma del più grande re di Vanuatu.

L'isola di Artok

Thursday, March 5, 2015

Canoe, coraggio e costellazioni: l'arte della navigazione nel Pacifico

Abbandonare la terraferma e affrontare il mare è uno dei gesti più frequenti che vengano compiuti ogni giorno sulla Terra. Centinaia di milioni di pescatori e navigatori lo fanno oggi, e altrettanti prima di loro l'hanno fatto dalla notte dei tempi: eppure, dietro un gesto così comune nelle società umane, si nascondono quel coraggio di affrontare l'ignoto e quello stesso spirito di esplorazione che hanno garantito al genere umano il suo progresso e le sue scoperte negli ultimi milioni di anni.

E di questo coraggio, i popoli del Pacifico sono tra i più grandi ambasciatori: dotati solo di conoscenze tramandate oralmente e canoe artigianali, gli antichi Melanesiani, Micronesiani e Polinesiani hanno raggiunto quasi tutte le 30 000 isole del Pacifico, superando tempeste e sterminati chilometri di mare, raggiungendo forse l'America del Sud e l'Antartide (una leggenda Maori racconta che un certo Ui Te Rangiora, attorno al 700 d.C., guidò una canoa da guerra a Sud fino a un luogo dove il mare era ghiacciato) e scrivendo uno dei capitoli più incredibili nella storia dell'umanità.

Canoa Hawaiiana originale. Disegno di Herb Kawainui Kane
L'arte dell'andar per mare
I veri navigatori erano persone di grande influenza nelle antiche società del Sud Pacifico. Si riteneva che essi potessero controllare il mare e il tempo metereologico, che potessero curare gli uomini e che fossero in diretto contatto con gli dei. Navigare non era solo svago o necessità, era un'arte.
E come tutte le arti, non era casuale: i navigatori conoscevano bene le onde, i colori del cielo, i movimenti dei banchi di nuvole e ancor di più le costellazioni, e per orientarsi sfruttavano anche le migrazioni degli uccelli. Si è ipotizzato ad esempio che tenessero con loro durante i viaggi le Fregate, che li avrebbero aiutati a individuare la terra, o che seguissero le migrazioni del Piviere dorato del Pacifico per raggiungere le Hawaii da Tahiti, o le migrazioni di un cuculo, l'Urodynamis Taitensis, per raggiungere la Nuova Zelanda dalle Isole Cook.

Canoa con bilanciere
Canoe ordinarie per viaggiatori straordinari
Le canoe, unico mezzo materiale delle esplorazioni, sono uno dei capisaldi della cultura dei popoli del Pacifico. O forse, ne sono addirittura l'origine: chi può dire se la Polinesia che conosciamo oggi sarebbe nata lo stesso, se i navigatori dell'Asia non si fossero avventurati nell'oceano con le loro canoe?

La tipica canoa dei popoli dell'Oceania, nota come Va'a in Tahitiano e Samoano, Wa'a in Hawaiiano e Vaka nella lingua delle Isole Cook (il termine waka da cui sono discesi questi è di origine malese) è dotata di un bilanciere, un componente esterno allo scafo della barca che è collegato ad essa per aumentarne la stabilità. Anche questo, come il termine con cui la canoa è indicata, ha origine negli arcipelaghi dell'Indonesia, dove i popoli Austronesiani, da cui sono discesi tra gli altri Malesi, Aborigeni e Polinesiani, furono i primi a farne uso.

Tartaruga scolpita sulla canoa di Anaweka
Sono poche le testimonianze circa la costruzione originale delle canoe. Recentemente in Nuova Zelanda è stata rinvenuta la canoa denominata Anaweka, che si stima avere 3400 anni: per il resto, le moderne imbarcazioni in Oceania sono basate sugli appunti e sui disegni dei primi europei che visitarono l'Oceania, ma che giunsero quando la vena di coraggio e di esplorazione dei navigatori delle isole era in via di esaurimento.

Oggi le conoscenze tradizionali sulla navigazione, nonostante l'influenza del mondo moderno e la perdita di molte tradizioni, sono ancora vive, specialmente negli atolli più isolati o nelle nazioni che intraprendono programmi per salvare il proprio patrimonio culturale.
Negli ultimi decenni, la sapienza di navigatori leggendari come il Micronesiano Mai Piailug ha contribuito a salvare molte delle tradizionali tecniche di viaggio, e nuove imbarcazioni basate sulle canoe originali, come la Hokule'a e la Alingano Maisu, che ha attraversato senza alcuna strumentazione il Pacifico nel 2007, hanno mantenuto viva l'arte della navigazione, emblema delle culture del Pacifico.

Tuesday, January 27, 2015

Meraviglie del mondo subacqueo: la flotta sommersa della laguna di Chuuk

60 navi da guerra, 200 aerei e migliaia di soldati. Questo fu il conto che dovette pagare l'Impero del Giappone tra il 16 e il 17 febbraio del 1944, quando gli Stati Uniti attaccarono a sorpresa Chuuk, un atollo micronesiano del Pacifico occidentale, roccaforte inespugnabile degli asiatici dall'enorme valore strategico.
L'Operazione Hailstone, così fu chiamata, segnò una vittoria decisiva nella seconda guerra mondiale e, pochi mesi dopo l'attacco, il contingente giapponese dell'atollo, isolato dalla marina nemica e privato dei viveri, si arrese.

Chuuk atoll
Chuuk (o Truk) dall'alto (FONTE)
La guerra, a Chuuk, non è rimasta solo sui libri di storia o nei ricordi dei più anziani: la memoria del conflitto, piombato senza preavvisto sulle vite dei tranquilli pescatori indigeni, ha lasciato decine di navi e centinaia di aerei sul fondale dell'immensa laguna dell'atollo.

Inclusa nelle sette meraviglie dell'Oceania nominate da questo blog, ecco alcuni scatti della flotta sommersa dell'atollo di Chuuk.

Chuuk Lagoon 1
Un relitto di aereo sul fondale
Si stima che nella laguna ve ne siano quasi 200
(FONTE)

Chuuk Lagoon 2
Il ponte di una nave ricoperto dai coralli

Chuuk Lagoon 3
Fauna marina che si "arrampica"
sul pilastro di una nave
Chuuk Lagoon 4
I resti di un carro armato sul pontile 
di una nave sommersa
Sul fondale della laguna ci sono incrociatori, portaerei e cacciatorpedinieri, insieme a carri armati, migliaia di armi, proiettili e, inevitabilmente, anche le ossa di quelle poche decine di soldati che non sono ancora stati rimpatriati in Giappone per avere una sepoltura.
Ciò che un tempo era stato concepito per conquistare, sparare e uccidere, è stato annientato dopo due giorni dalla "Pearl Harbor del Giappone" ed ora, nel fondo del mare, è diventato il fondamento per la nascita di nuove barriere coralline.
Nel 1969 il famoso documentarista Jacques Cousteau, che realizzò film e reportage sulle barriere coralline più spettacolari della terra, girò una pellicola in questi luoghi, dal nome "The lagoon of the last ships".


Tuesday, January 20, 2015

Nan Madol, l'Atlantide del Pacifico

La densa vegetazione tropicale e il mare blu nascondono da secoli la maggior parte dell'antica Nan Madol, l'Atlantide dell'Oceania (o Venezia del Pacifico), uno dei più sorprendenti esempi di perspicacia e coraggio degli esseri umani, oggi monumento dimenticato al passato dell'isola su cui è stata fondata: Pohnpei, una piccola e selvaggia landa degli Stati Federati di Micronesia.

Stupisce non poco come una città costruita da 92 isole artificiali sopra una barriera corallina, composta solo da enormi e pesantissimi blocchi basaltici trasportati a mano per chilometri attraverso la foresta tropicale e capace di resistere per secoli alle mareggiate, alle tempeste tropicali e alle guerre, sia ora lasciata a sè stessa e all'aura di mistero che alla vista di tutti, archeologi, abitanti locali e viaggiatori, ha sempre avuto.
Per contribuire a conoscere di più questo luogo, una delle 7 meraviglie dell'Oceania, questo blog si addentrerà per voi nelle deserte rovine del più grande sito archeologico del Pacifico...

Nan Madol Ruins 1
Dentro le rovine di Nan Madol
Breve storia di Nan Madol
L'umanità mise piede su Pohnpei, o Ponape, circa 2200 anni fa.
Come accade nelle isole così lontane dalla terraferma, gli indigeni svilupparono col tempo una religione, una lingua e tradizioni proprie, diverse da quelle dei luoghi da dove erano partiti, e l'ambiente difficile dell'isola favorì la divisione della gente in più villaggi in combutta tra loro, governati da anziani capi ma con una cultura di fondo simile.

Quando una dinastia, quella dei Saudeleur, prevalse definitivamente sul potere degli altri villaggi e iniziò a dettar legge su tutta Pohnpei, i capi di questa famiglia decisero che fosse giunto il momento di sigillare il loro dominio e di dimostrare la loro forza, per evitare di essere spodestati e rendere eterno il loro comando sull'isola.

Fu allora, stiamo parlando di un periodo compreso tra il 900 e il 1100, che iniziò la costruzione di Nan Madol, il cui nome significa "luogo di mezzo" (a metà strada tra Pohnpei e le piccole isole appena al largo della sua costa), una città concepita allo scopo di fornire una residenza per i nobili della dinastia, sufficientemente sicura e abbastanza imponente da scoraggiare chiunque nell'affrontarli.

Nan Madol Ruins 2
Vista di una delle antiche fortezze dal mare (FONTE)


La posizione, letteralmente sopra l'acqua, non fu casuale: permetteva ai Saudeleur di evitare attacchi da terra, e l'unico canale della barriera corallina che permetteva il passaggio di navi nemiche fu sbarrato con un muro, anche questo eretto a partire dal fondale marino.

Nello scopo e nello stile Nan Madol ricorda in parte Lelu, sito archeologico di un'altra isola della Micronesia, Kosrae. Anche Lelu fu costruita sull'acqua ma, come vedremo, sopravvisse molto di più (nonostante non si possa considerare grandiosa come Nan Madol).

Nan Madol, al picco del suo sviluppo demografico e urbanistico (1400), raggiungeva la popolazione di 1000 abitanti, in maggioranza nobili seguiti da gruppi di servi provenienti da tutta l'isola: i Saudeleur, in effetti, erano noti per la loro cattiveria e intransigenza, e il ricordo del loro lungo dominio vive ancora nella memoria degli abitanti di Pohnpei, convinti che le rovine di Nan Madol siano infestate dagli spiriti maligni.
A consolidare queste paure è anche la leggenda metropolitana secondo cui il governatore della Micronesia, quando Pohnpei era una colonia tedesca, sarebbe morto il giorno dopo aver profanato una delle più importanti tombe della città.

La grandezza di Nan Madol
Il fatto che solo 1000 abitanti vivessero in questa città durante il massimo splendore è un dato che può ridimensionare, almeno in una prospettiva moderna, l'importanza archeologica di Nan Madol.
Tuttavia, considerato che l'isola di Pohnpei non aveva più di 25 000 abitanti, costruire una città di 750 milioni di tonnellate di basalto sull'acqua, rappresenta uno sforzo maggiore di quello che gli egizi dovettero affrontare per costruire le Piramidi di Giza (così afferma Rufino Mauricio, archeologo nativo del luogo), e l'entità di questo sforzo è ancora più evidente se si osservano gli edifici che compongono Nan Madol.

Nan Madol Ruins 3

Il Nan Douwas, fortezza a scopo funerario dotata anche di una prigione, ha mura alte 10 metri e spesse 4, con massi di basalto pesanti fino a 50 tonnellate e trascinati a mano (non è riscontrata ai tempi dei Saudeleur la presenza di leve o strumenti in metallo) attraverso tutta l'ìsola.
In altri luoghi della città si possono trovare tunnel sotterranei, piscine rituali, altari e anche un grande tamburo per riunire la popolazione, o forse dare l'allarme. Un tempio di Nan Madol risulta poi la più grande struttura a scopo religioso di cui siano mai state trovate le rovine in Oceania: lungo 90 metri e largo 20, con mura alte nove e in parte sommerso.

Sarebbe bello poter credere che questa città sia stata costruita con l'ausilio della magia nera, come le tradizioni orali degli indigeni vorrebbero, e che i blocchi basaltici siano arrivati volando ai loro luoghi attuali. Forse, è ancora più bello pensare al miracolo che una piccola civiltà insulare, sprovvista di tecnologie, è riuscita a compiere.

Nan Madol Ruins 4
L'entrata del Nan Douwas


Il declino e la fine della "Venezia del Pacifico"
Dal 1500, almeno secondo i pochi archeologi che hanno studiato Nan Madol, la città subì un brusco declino, e all'arrivo degli europei nell'800 essa risultava deserta, abbandonata alla vegetazione e ai misteri che ancora oggi porta con sè.
Perchè una città che era costata tanta fatica e ingegno fu lasciata dai suoi abitanti?

Attorno al '500, è probabile che i Saudeleur furono sconfitti da un'altra dinastia, i Nahnmwarki, guidati dal capo Isokelekel, sepolto nell'isola artificiale di Karian, anch'essa parte del complesso di Nan Madol. Isokelekel fu però un'eccezione, probabilmente: la nuova dinastia non seppe mantenere potente la città, che in poco tempo perse la sua importanza. In realtà, la semplice mancanza di polso che seguì la caduta dei Saudeleur non è un motivo sufficiente per spiegare la caduta di Nan Madol: altre ipotesi, difficili da verificare, sono epidemie, cambiamenti climatici che hanno alzato il livello del mare rendendo inabitabile la città, o forse la fame, perchè Nan Madol doveva per forza importare dal resto di Pohnpei i generi alimentari.

Probabilmente, il mistero è destinato ad aleggiare per sempre tra gli scuri, silenziosi e imponenti complessi di questa Atlantide dell'Oceania. Ed è meglio così: forse, se sapessimo tutto su Nan Madol, sugli intrighi dinastici, sui presunti sacrifici umani, sul trasporto degli enormi massi e sulla costruzione degli edifici verrebbe meno il fascino che questo luogo, nonostante l'abbandono, le superstizioni e l'oceano che oggi nasconde buona parte di esso, ancora conserva.

Nan Madol Ruins 5
Tratti delle rovine sommerse (FONTE)